Eustachio Paolo Chita, meglio conosciuto come il brigante Chitaridd

Le vicende del brigante Chitaridd  hanno sempre incuriosito i materani di ogni età e fino ad alcuni decenni or sono era possibile ascoltare il racconto delle sue disavventure dalla viva voce di alcuni concittadini che si ricordavano di quei terribili fatti accaduti durante la loro infanzia. La vita di Chitaridd si tinge di leggenda anche per la erronea definizione di brigante legatagli addosso, che ha contribuito a creare un alone di mistero sul personaggio, nonostante la sua storia sia stata ricostruita minuziosamente attraverso gli atti processuali e con i connotati di una seria inchiesta.

Il suo vero nome era Eustachio Chita, ma per la sua bassa statura fu soprannominato Chitaridd, cioè “piccolo Chita“. Nacque a Matera il 30 novembre del 1862, da Michele Caione e Maria Giuditta, e morì il 26 aprile 1896. Come molti materani di quel periodo, i suoi genitori erano contadini e pastori, ma benestanti, infatti coltivavano diversi tomoli di terreno e possedevano un centinaio di pecore. A causa della vita scellerata del genitore, la condizione economica della famiglia, nel tempo, peggiorò continuamente fino a cadere nella miseria, perchè tutta la sua proprietà fu sequestrata e venduta all’asta per soddisfare i creditori. L’indole violenta del padre influenzò profondamente la vita della famiglia, continuamente mortificata dalle sue malvagità, aggressioni fisiche e maltrattamenti. Eustachio, infatti, veniva spesso picchiato, bastonato e lasciato senza cibo a guardare le pecore, fu anche ferito al capo da una pietra e colpito da una scure al torace. Questa situazione insopportabile spinse Eustachio ad andar via ed a vagabondare in cerca di lavoro nelle campagne. Suo padre morì nel 1889 a causa della sifilide, e sua madre, dopo una vita di stenti, finì i suoi giorni colpita da mania religiosa.

L’ultima volta che Eustachio fu visto a Matera era il mese di dicembre del 1888 e da allora furono trovate tracce della sua presenza vicino Potenza ed in Calabria, sempre come mandriano o guardiano di pecore. In Puglia lavorò anche alla costruzione della ferrovia Spinazzola – Rocchetta S. Antonio. Il suo carattere non era certo facile ed i suoi compagni di lavoro, durante il suo peregrinare, lo descrivano sempre come un uomo litigioso, inaffidabileviolento. Nel frattempo, nei dintorni di Matera si verificarono feroci aggressioni e terrificanti delitti e proprio su Chita si concentrarono i maggiori sospetti ma, per la sua vita nomade, non fu possibile trovarlo per arrestarlo ed interrogarlo.

La frequenza degli omicidi fece aumentare ogni giorno di più la tensione e l’angoscia nella popolazione e nelle Forze dell’Ordine, che furono accusate di non condurre indagini mirate, di non essere in grado di trovare il colpevole per riportare sicurezza nella gente. Oggi si sarebbe affermato che si era alla ricerca del “mostro da sbattere in prima pagina”.

La morte di Chitaridd

(La vista mozzafiato che è possibile ammirare dalla Grotta di Chitaridd.)

Nel primo pomeriggio del 26 aprile 1896, Chita Eustachio fu avvistato a Matera in chiesa ad ascoltare la messa, in piazza San Pietro Caveoso dove si fermò a parlare con qualcuno, in piazza Plebiscito (odierna piazza Vittorio
Veneto) vicino il palombaro piccolo, comprò due fichi secchi da una contadina e, all’ora di pranzo, entrò in una cantina per mangiare un po’ di trippa. Dopo queste apparizioni si diresse certamente verso lo Jazzo Vecchio, quello che
presumibilmente era il suo rifugio abituale, in contrada Murgecchia, nei pressi del complesso rupestre della Palomba, in una grotta che ancora oggi porta il suo nome. Francesco Paolo Tarantini, un pastore tredicenne, mentre pascolava le pecore di proprietà di Francesco Paolo Falcone (50 anni) e Francesco Paolo Nicoletti (30 anni), nello stesso pomeriggio del 26 aprile intravide, nel buio di quella grotta, un fucile ed alcuni indumenti, ma fuggì subito impaurito. Rientrò all’ovile verso le 18 e riferì dell’accaduto ai due soci Falcone e Nicoletti, che gli dissero che sarebbero andati nella grotta il giorno seguente, congedando il ragazzo che ritornò in città con tutto il gregge. Appena arrivò a Matera il pastorello vide lo stesso Falcone parlare con i Carabinieri e fu invitato a seguirli nella grotta dove aveva visto il fucile, in quanto lì dentro c’era un uomo che era stato ucciso durante una colluttazione. Non si sapeva ancora chi fosse la vittima. Dagli atti processuali e dalla ricostruzione fatta dall’Avv. Niccolò de Ruggieri si viene a sapere che Falcone e Nicoletti riferirono al pastore Nicola Rondinone (44 anni) che il piccolo Tarantini aveva visto un fucile a due canne nella grotta dello Jazzo Vecchio e, sebbene avessero deciso di andare il giorno seguente a verificare cos’altro ci fosse, furono sollecitati dal Rondinone a non perdere tempo e di approfittare del buio per sorprendere chi si fosse nascosto lì dentro. Si diressero insieme verso quella località tutti e tre armati alla meglio, Falcone aveva una scure, Nicoletti un coltello e Rondinone un bastone. Giunti in silenzio all’ingresso della grotta avvertirono dei movimenti e Rondinone, che andava avanti, chiese ad alta voce chi fosse nascosto; non ricevendo risposta decisero di fare irruzione insieme. In quel momento sentirono uno sparo di fucile e Rondinone si spinse con rabbia dentro la grotta agitando il suo bastone per colpire lo sconosciuto, seguito da Falcone e da Nicoletti, che analogamente si scagliarono con tutte le loro forze contro quella persona che continuava a sparare verso di loro. Rondinone, che fu colpito ad un piede e che rimase ferito per terra, gridava ripetutamente ai compagni di fermare quell’assassino. Nella concitazione del momento, sia Falcone che Nicoletti, si avventarono con violenza su quell’uomo per cercare di fermarlo, ma non riuscirono ad immobilizzarlo, perché si dimenava con forza, riuscendo anche a morderli. Dichiararono che, per paura di essere uccisi furono costretti a colpirlo con la scure sulla fronte e con il coltello alla gola, fino a quando non lo videro inerme. A questo punto informarono la Forza Pubblica e scoprirono che si trattava di Eustachio Chita, cugino di Falcone e Nicoletti. Durante il processo i tre invocarono la legittima difesa e così fu. Il cadavere fu portato a Matera a dorso di un asino, scortato dai carabinieri ed accompagnato da cinque facchini e dal Giudice istruttore.

Il racconto di un fatto tragico, come lo è sicuramente la morte di un uomo (seppur “Bandito/Brigante“), nella tradizione materana si fonde con l’ilarità che deriva dal cognome della vittima e dalla pronuncia dialettale. Secondo la tradizione, i materani appresa la notizia della morte del delinquente correvano per le vie della città gridando la frase “Chit jè murt“, ovvero “Chità è morto“. La pronuncia in realtà è molto simile a quella di una famosa offesa tipica dei dialetti del Sud Italia; chi mal interpretava il messaggio rispondeva per le rime con la parola “Chitèstramurt!“.

Oggetti ritrovati nella grotta

(interno della grotta di Chitaridd)

Nella grotta furono rinvenuti i seguenti oggetti:

  • un fucile a due canne con retrocarica;
  • un fucile ad una canna del vecchio sistema;
  • due pistole a due canne;
  • una pistola ad una canna del vecchio sistema;
  • un coltello lungo da macellaio;
  • un coltello da pastore con fodero in legno;
  • un punteruolo;
  • una lima col manico;
  • due lesine;
  • un coltello a serramanico;
  • una scatola di latta contenete polvere;
  • una borsetta di panno per uso portapolvere;
  • un portapolvere di latta;
  • un fiaschetto di latta per uso portapolvere;
  • un portapolvere in legno;
  • una borsetta contenente palle ed altro piombo;
  • una borsa contenente altro piombo detto straccioni;
  • un sacchetto di tela contenente piombo;
  • n. 39 cartucce a retrocarica, delle quali n. 32 cariche e n. 7 scariche;
  • un sacchetto di tela contenente polvere;
  • un pezzo di canna per misurare la polvere;
  • una borsa da cacciatore;
  • due robuste mazze da pastore;
  • tre scuri ben affilate;
  • un orologio di oro a ripetizione
  • una catena dello stesso metallo con ciondolo;
  • un portafoglio di pelle marrò contenente 8 biglietti da L. 5 ciascuno, in tutto L. 40.

Di cosa fu accusato Eustachio Chita

A seguito di tali ritrovamenti, furono attribuiti a Chitaridd i seguenti reati:

  • Omicidio a scopo di furto commesso il 22 luglio 1895, in contrada Le Reni, in agro di Matera, in persona di Carlucci Lorenzo;
  • Doppio omicidio a scopo di furto commesso il 4 agosto 1895, agro di Santeramo, in persona di Geremia Petrera e Pasquale Intrito;
  • Mancato omicidio a scopo di furto commesso in agro di Laterza il giorno 8 ottobre 1895, in persona di Vavalla Antonio e Pantaleo Michele;
  • Mancato omicidio a scopo di furto commesso in contrada San Vito, agro di Matera, la sera del 22 dicembre 1895, in persona di Savoia Filomeno;
  • Estorsione a mano armata commessa il giorno 8 febbraio 1896, in contrada San Giuliano, agro di Matera. in pregiudizio di Lopergolo Antonio;
  • Omicidio a scopo di rapina, commesso il 20 marzo 1896 nell’abitato di Matera in persona di Marone Francesco Nicola.

Il Giudice istruttore escluse dagli addebiti i delitti di mancato omicidio in danno di Mininni Filippo e degli omicidi volontari nelle persone di Cristalli Eustachio, di don Giuseppe Caropreso e di Festa Maria Teresa. Nonostante per i tre episodi criminosi di Cristalli Eustachio, Mininni Filippo e Festa Maria Teresa si raccolsero solo prove congetturali, processualmente irrilevanti, è vero altresì che per il delitto Caropreso si era in presenza di una pluralità di indizi, fondati su circostanze gravi, idonee a prefigurare un giudizio di responsabilità nei confronti di Chita Eustachio.

Finalmente la conclusione del processo e la morte del “mostro” avevano riportato tranquillità e sicurezza nella popolazione. La fama di brigante e di crudele bandito solitario, ormai sconfitto, spinse moltissimi materani a recarsi al cimitero nei tre giorni successivi all’uccisione, per vedere di persona il cadavere di Chitaridd trafitto dalle coltellate e dalla scure.

Dubbi e Sospetti

A parte quanto è ufficialmente emerso dal processo, nella gente rimase il dubbio che le cose non fossero andate proprio così, infatti, si riteneva attendibile la circostanza che i tre fossero a conoscenza da tempo della presenza di Chita nella zona. Non solo, si pensava che fossero suoi complici e che l’avessero ucciso a seguito di una lite oppure perché ritenevano che fosse imminente la sua cattura e che, una volta tratto in arresto, avrebbe potuto svelare tanti scomodi segreti.

Indagine Antropologica sulla Personalità di Chita

Nel mese di marzo del 1900, su richiesta del materano prof. Raffaele Sarra, furono riesumati i resti di Chita per essere inviati al museo di antropologia criminale di Torino, diretto dal prof. Cesare Lombroso (Verona 1835 – Torino 1909), per una “qualificata indagine antropologica” a sostegno della sua teoria sul delinquente nato.

Preferiamo non addentrarci nell’esame di questa teoria che in quel periodo trovò ovunque molti proseliti, né evidenzieremo le critiche sollevate in seguito da molti psichiatri, antropologi e criminologi, i quali, sempre più confortati dalle moderne conclusioni scientifiche, hanno condannato senza esitazioni quella tesi.

Si ringrazia Enzo Scasciamacchia per il prezioso contributo

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