Come i materani vivevano la Quaresima e la Pasqua

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I materani hanno da sempre avuto un legame molto solido con la religione. Sono numerose infatti le tradizioni che le famiglie, soprattutto in passato, rispettavano in occasione delle festività cristiane principali. Parliamo ad esempio dei digiuni, dei frequenti momenti di preghiera e di raccoglimento, ed infine dei pellegrinaggi. Anche la Pasqua rappresenta una ricorrenza molto sentita dai fedeli. Grazie alle belle giornate, che nel periodo tra febbraio e marzo ritornano dopo l’inverno, i momenti di preghiera venivano vissuti soprattutto all’aperto, in luoghi alle porte della città, immersi nel verde e nei pressi di piccole chiesette. I giorni che precedevano la domenica di Pasqua erano caratterizzati da un’atmosfera di lutto in famiglia; la morte di Cristo sulla Croce era quasi paragonabile alla scomparsa di un parente. Abiti scuri, nessun canto, nessuna manifestazione di allegria e tanta, tanta preghiera. Un’atmosfera che mutava solo il giorno di Pasqua, giorno in cui i cristiani celebrano la Resurrezione del Signore.

La Quaresima

pasqua_a_matera_cristo_la_gravinellaLa Quaresima dura esattamente 40 giorni, segue il Carnevale e prepara spiritualmente il cristiano per celebrare degnamente la Pasqua. Un periodo molto importante per la religione cattolica, caratterizzato da una profonda meditazione, dalla preghiera e dal digiuno.
L’arrivo delle belle giornate tra i mesi di febbraio e marzo spingeva le donne di casa ad effettuare le cosidette “Pulizie di Pasqua”. Approfittando del bel tempo, inoltre, in passato questi giorni erano interessati da numerosi pellegrinaggi che avevano come meta la chiesa rupestre di Cristo la Gravinella, un piccolo luogo di culto fuori dal perimetro cittadino, in zona Matera Nord, ricco di affreschi e simboli, in cui i materani si recavano ogni venerdì di Quaresima. chiesa_rupestrecristo_la_gravinella_matera_10Le processioni erano molto affollate e coinvolgevano intere famiglie; questi momenti prendevano i contorni di vere e proprie scampagnate, pur mantenendo sempre un clima di forte religiosità. I pellegrinaggi rappresentavano anche un momento di unione ed aggregazione per parenti ed amici, in cui ci si raccontava esperienze, vicissitudini e difficoltà della vita quotidiana; il tutto immersi in un paesaggio verdeggiante, campestre, riscaldati dal sole primaverile.

I venerdì di Quaresima sono ancora oggi caratterizzati dal digiuno dalle carni, un’usanza che ben si sposava con lo stato di povertà in cui riversava la stragrande maggioranza dei materani.

La Settimana Santa

Con l’arrivo della domenica delle Palme in casa si iniziava a respirare maggiormente l’atmosfera pasquale. In questo giorno si cercava di porre fine ai litigi all’interno delle famiglie e dei vicinati scambiandosi le palme ed i ramoscelli di ulivo in segno di pace. Si dava quindi inizio alla Settimana Santa, sei giorni che terminavano con il Sabato Santo in cui erano assolutamente aboliti i canti e qualsiasi manifestazione di allegria. Queste semplici ma rigide regole erano rispettate in maniera rigorosa da tutti i componenti della famiglia.

taralli_con_lo_zucchero_gastronomia_tipica_pasqua_materaUn’usanza più moderna, ma che man mano va scomparendo, vede i bambini protagonisti di questa giornata. I più piccoli, infatti, si recavano alla prima messa della mattina per benedire le palme, per poi venderle a poche lire casa per casa.

Durante questa settimana le donne iniziavano la preparazione dei dolci tipici della tradizione materana per la Santa Pasqua: le friselle (“‘U frjsed“), i biscotti (“‘U vjscutt“), le cancelle (“‘U cangedr“), gli amaretti (“‘U strazzèt“), i taralli con lo zucchero (“‘U vjscutt n’gjljppèt“, foto a destra) ed infine la pannarella (“La pannarèdd“, foto in basso a sinistra); quest’ultimo dolce era a forma cestino per il pane (“Panare“, in dialetto “Panèr“), oppure di cavallo per i bambini e di gallina per le bambine.

panarella_gastronomia_tipica_pasqua_matera_2La Settimana Santa rappresenta il periodo della Quaresima spiritualmente più intenso per i fedeli. Man mano che ci si avvicina alla domenica di Pasqua le cerimonie religiose si fanno sempre più affollate a partire dalla Consacrazione degli Oli, il Giovedì Santo, con la funzione che si svolge in Cattedrale, presieduta dal Vescovo, a cui prendono parte tutti i parroci della diocesi. La sera dello stesso giorno nelle parrocchie viene ricordata l’ “Ultima Cena” con la classica “Lavanda dei piedi”. L’altare viene spogliato dei suoi ornamenti, per questo motivo la messa veniva definita “Messa disordinata“, in dialetto “La mass sciscièt“.

Sin dal Giovedì Santo le donne ed i bambini portavano (e portano ancora oggi) in chiesa il cosiddetto “Grano di Cristo“, in dialetto “‘U irièn d Crust“. Il grano viene fatto germogliare in un piatto, o vassoio di argilla, mantenuto al buio per farlo crescere più sottile e chiaro, per poi essere disposto (addobbato con fiori e carta crespa colorata) in un apposito spazio all’interno della parrocchia, chiamato “Sepolcro”. E’ ancora viva la tradizione che prevede la visita, da parte delle famiglie, di un numero dispari di chiese (e quindi di sepolcri) tra il Giovedì ed il Venerdì Santo.

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La funzione del Venerdì Santo è incentrata sulla Via Crucis, processione che, in tempi antichi, si svolgeva tra le vie dei Sassi; le fermate (o stazioni) di questa originalissima Via Crucis materana vengono oggi ricordate da formelle in bronzo (figura a destra), realizzate dall’artista Tito (Padre Passionista), applicate sulle pareti di tufo seguendo l’originale itinerario nei rioni Sassi.
Durante questa processione i fedeli, vestiti rigorosamente con abiti scuri, portano in spalla la statua di Gesù Cristo morto (foto in alto), seguita da quella della Madonna Addolorata (foto in basso). Le statue vengono esposte fin dalla mattina nella chiesa del Purgatorio Nuovo, situata “Al piano” (precisamente in via Ridola). La processione è accompagnata dalla banda musicale che per l’occasione esegue il repertorio religioso funebre.

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Si giungeva così alla vigilia della Pasqua. La sera del Sabato Santo i bambini giravano per le vie dei Sassi annunciando la celebrazione della messa della Resurrezione di Gesù e la benedizione del Cero Pasquale. Per richiamare l’attenzione dei materani i più piccoli utilizzavano un oggetto simile ad una tavola di ferro chiamato “Tracca troch“, il cui rumore cupo ed aspro che produceva quando lo si agitava simboleggiava la Passione di Gesù.

La Pasqua

Arriva così domenica, il giorno in cui i cristiani festeggiano la Resurrezione del Signore; la mattina di Pasqua i bambini seguivano i genitori nel consueto giro per le case dei parenti per fare gli auguri. La ricompensa non poteva mancare e consisteva in alcuni centesimi.
Pochissime famiglie materane potevano permettersi durante il pranzo pasquale l’agnello, era quindi molto diffuso mangiare la carne di pollo o tacchino. Come per le festività natalizie, anche per la Pasqua si diffuse negli anni ’60 l’usanza, da parte dei bambini, di porre sotto il piatto del papà una letterina; questa veniva “Scoperta” a fine pasto, i piccoli promettevano ad i loro genitori, in cambio di una ricompensa, di essere bravi ed ubbidienti. Anche in questo caso non poteva mancare il regalo, ovvero un soldino o una pannarella; “La pannarèdd” è il dolce che più di altri simboleggia la Pasqua materana, rappresentato da un uovo di gallina posto su della pasta stesa, a forma di cavallo per i bambini e di gallina per le bambine, ancorato ad essa mediante una cintura, composta della stessa pasta. I bambini, nel momento in cui ricevevano il dolce, prendevano l’uovo e lo rompevano per berne il contenuto.

La Pasquetta materana, ‘U Capjccjl

Il giorno che segue la Pasqua è detto Lunedì dell’Angelo, comunemente Pasquetta o in dialetto materano “Capjccjl” (cappuccini); i materani, infatti, erano soliti recarsi presso Rione Cappuccini, al confine Sud della città, per fare una scampagnata in un’area verde rocciosa, ricca di fiori. Qui gli abitanti della città dei Sassi consumavano focacce, carne o cardoncelli in brodo accompagnati da frutta secca come arachidi (“Njcèd“), noci (“Njc“), castagne (“Castògn du prjpjt“), mandorle (“Amèl“), ceci (“Ciucjr“) e fave (“Fèf“), acquistate nelle bancarelle che venivano allestite per l’occasione. Nei dintorni si posizionavano anche i venditori di palloncini colorati e di “Cuccù“, tipico fischietto materano presente in diverse varianti, tra cui la più diffusa era rappresentata dal carabiniere (“Carabjnjr cu’ fischiarjl n’ghjl“, carabinieri con il fischietto nel sedere).

Tra le famiglie, sedute nel verde, giravano i venditori di bibite (mantenute fresche nel ghiaccio), tra cui l’innovativa “Gassosa” (in dialetto “La gazzaus“), e di granite, che in dialetto prende il nome di “Rasckèt” (letteralmente graffiata), composta da ghiaccio grattugiato insaporito da sciroppo di limone o amarena. Ogni rivenditore urlava per pubblicizzare il proprio prodotto, tra questi spiccava il famoso Giovanni (“Giuonn”) che pubblicizzava la propria graffiata (“La raskèt d Giuonn”) o la propria limonata(“La lmnèt d Giuonn”).

Trascorsa la Santa Pasqua, in ogni rione si procedeva con la benedizione delle case dei parrocchiani. Ogni parroco, con al seguito i chierichetti, riceveva dai proprietari delle case come segno di ringraziamento qualche uova o qualche centesimo.

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