
Dialetto,
Storie Popolari
Le storielle, nei tempi antichi, servivano a dare vivacità alla gente che si riuniva nelle case dei Sassi durante le feste. In inverno tutti si riunivano attorno al tre piedi del braciere, fuori nel vicinato durante i mesi più caldi, in campagna durante i momenti di pausa dal lavoro. In genere le storielle erano racconti fantasiosi che si collegavano in qualche modo ai fatti e ai personaggi dell’epoca; il loro scopo era quello di far trascorrere del tempo in compagnia e in allegria.
Quando i racconti venivano narrati in dialetto materano assumevano un aspetto ancora più diretto e incisivo, mentre tradotti in italiano perdevano di significato ed effetto. In altri casi le storielle avevano come scopo quello di mantenere fermi e calmi i bambini, soprattutto quelli più vivaci.
Le storielle, a volte, somigliavano alle favole che, oltre a raccontare l’episodio, celavano significati profondi di vita vissuta. Si cercava quindi di trarne gli aspetti positivi dei racconti, in modo da poter affrontare nel migliore dei modi alcune situazioni che si specchiavano nella vita reale.
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1. La sterij d Chumma Frmucl (La storia di Comara Formica)

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Na dij chumm frmucl scij a schpè iund a la chies, |
Un giorno comara formica andò in chiesa a pulire, trovò due soldi e disse: cosa posso comprare con questi due soldi? Si mise a pensare e disse: se mi compro l’arancia butterò la buccia e non mi conviene; se mi compro la caramella butterò la carta e non mi conviene; mi compro il fiocco così mi voglio sposare. Si mise dalla finestra a vedere le persone che passavano. Passò il cavallo e disse: comara formica mi vuoi per sposo? Lei rispose: come fai la notte quando dormi? Il cavallo: hi,hi,hi. Comara formica: no,no, non mi piace. Passò l’asino e disse: comara formica mi vuoi per sposo? Lei rispose: come fai la notte quando dormi? L’asino: hiio,hiio,hiio. Comara formica: no,no, non mi piace. Passò il cane e disse: comara formica mi vuoi per sposo? Lei rispose: come fai la notte quando dormi? Il cane: bau,bau,bau. Comara formica: no,no, non mi piace. Passò il topo e disse: comara formica mi vuoi per sposo? Lei rispose: come fai la notte quando dormi? Il topo: crau,crau,crau. Comara formica: si,si, mi piace, va bene. Così si sposarono. Una domenica comara formica andò a messa, disse al topo: ogni tanto gira il sugo, il topo: va bene pui andare tranquilla. Ogni tanto il topo girava il sugo e se ne andò nella pentola. Quando comara formica tornò da messa cercava il marito. Vedi di qua, vedi di là, ma il topo non si trovava; quando andò a vedere nella pentola lo trovò morto e si mise tanto a piangere e disse: e ora mi è morto il marito. Così comara formica diventò vedova e tornò sola come quando era signorina. |

2. U Tatonn (il Nonno)

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Iund a 'na famugghij: d attèn, monn i fj, stev 'u vecchij ca iev 'u tatonn da la vonn d l’atten. 'U coppr du vecchij iev d'vntèt nu poch sird, cjchèt, ogni tont dsciav 'na caus p' not i a stent s rsciàv dpaunt. "Uè fughij, cus pint, cus cuasijdd, chjss iorv d la lìj, ma cè stà pjr n pizz?" 'U fugghij rspnnij’: "Sijn, dacsìj s pot vav pir l’ocqua fraschij. Uè stè pijr n’orv d cjres chiunna dè." 'U tatonn iev capjt tutt caus i duss: "Uè fugghij mij dà, a cuss pint, quon tij ijv piccjnunn, prepij a cuss p'ntaun ij prtubb a iatonm, tatonn tij, prep dà i 'u lassubb da sijl caum 'n frischl." "Cj dà attonm prtà all’attèn, iascij ij stauch a pert a attonm, craij pjr l fil mij 'm san prtè dà id ì fè la stessa fjn lair; nan i caus, i cangè pnsjr i pjr migghierm o avà pacienz." "Uè tet i fott tord sciamnun alla chès nest, dè stèm tutt nzemm in cumpagnij pijr cj 'n mangem la cialledd. Arrvet alla chès scjnnj’ l’attèn do mijl, 'u fesc azzjt alla sddiaul, prtà 'u mijl o finn du lamian, parlà da port ch la m'gghiar i pijr iadd s cunvjncìj’ ca 'u tatonn iev a stè ch lar pij cj iev d'vntèt psont, pijr nan cj stev nemmonch 'n set d bonaficienz. 'U criatarr allaur diciovn: "T fozz zmbè 'u cuappjdd!" I dovn 'n ciugghij cu dastjr a l’arv spzzet i larv s 'n v'lèv.
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Un tempo, in una casa dei Sassi di Matera, in una famiglia composta da: padre, madre e figli, c’era un vecchio che era il nonno dei piccoli da parte del padre. Il vecchio era diventato un po’ sordo, cieco, ogni tanto diceva una cosa per un’altra e a stento si reggeva in piedi. "Padre, siamo arrivati finalmente al punto giusto!" Chiese il padre: "Dove ci troviamo?" "Ci troviamo vicino al casolare e qui ci sono gli alberi delle olive." Il giovane aiutò l'anziano padre a scendere dal mulo e lo fece sedere sotto l’albero delle olive su di una pietra, lo fece bere dal cucumo all’acqua. "Figlio mio, questo punto, questo casolare, questi alberi di olive, ma che c’è anche un pozzo?" Il figlio rispose: "Si, così si può bere anche acqua fresca. Ci sta anche un albero di ciliegie più in là." Il nonno aveva capito tutto e disse: "O figlio mio, qui in questo punto, quando tu eri piccolo, proprio in questo punto io portai mio padre, nonno tuo, proprio qui lo lasciai solo come un animale." "Se qui mio padre portò il padre, oggi io sto portando mio padre, domani anche i miei figli porteranno me qui e io farò la stessa fine loro. Non è il caso, devo cambiare opinione e anche mia moglie avrà la pazienza." "Padre si è fatto tardi, andiamo a casa nostra che stiamo insieme in compagnia, anche se mangeremo la cialda." Giunti a casa il giovine fece scendere il padre dal mulo, lo aiutò a sedere alla seggiola, portò il mulo in fondo al lamione. Parlò da parte con la moglie e anche lei si convinse che il nonno doveva stare con loro, anche se aveva bisogno di attenzioni, anche se non aveva nessun soldo. Quelli più contenti rimasero i figli che continuarono a giocare il nonno dicendo con quell’erba,come una spiga spezzata sopra, tenuta fra le dita della mano: E dopo che il nonno si rifiutava i bambini scherzavano con il nonno facendogli saltare il cappello dando un ciglio con le dita all'erba che aveva in mano, e l'erba spezzata volava via. Così tutti rimasero contenti, e il nonno completò la sua vita in famiglia e con l’armonia dei nipoti. |

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