
Dialetto,
Un pò di grammatica
- Gli articoli determinati ed indeterminati
- I pronomi personali: io, tu... judd
- Gli aggettivi e pronomi dimostrativi
- Aggettivi e pronomi possessivi: mio, tuo...sij
- Nomi e sostantivi
- Plurale
La grammatica è un fattore essenziale per apprendere una lingua.
Conoscerne la struttura e le regole basilari, consente di poter comunicare con gli altri.
Anche il dialetto materano, come tutte le lingue, ha una sua grammatica, e studiarla è importante non solo per preservare la tradizione e la cultura ma soprattutto per dialogare con quella parte della popolzione che è "l'università della nostra vita": i nonni!

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1. Gli articoli determinati ed indeterminati
- ARTICOLO DETERMINATO
Gli articoli determinati si usano per indicare una o più cose ben precise.
Nel dialetto materano l'uso di questi articoli non segue regole precise e universalmente valide ma in genere si può dire che:
- Gli articoli maschili singolari e plurali si traducono con "u", quindi diremo: "u ppen" (il pane), "u cuastidd" (il castello), "u cidd" (l’asino), "u drpaterij" (un grosso fossato) "u cuan (il cane). Esempio di eccezione: la jarròmm (il fossato).
- Gli articoli femminili singolari si traducono con "la", quindi diremo: "la f'ndèn" (la fontana), "la vorv" (la barba), "la jaddìn" (la gallina). Eccezioni: la jatt (il gatto).
- Gli articoli femminili plurali non hanno una regola ben precisa, a volte si traducono con "u" ed altre volte con "la" restando uguali alla forma singolare. Come si imparano?? L'unico rimedio è ascoltare le parole è memorizzarle. Ecco alcuni esempi: "u f'ndèn" (le fontane), "u jaddìn" (le galline), "la me’ll" (le mandorle).
Eccezioni: a volte capita che l'articolo plurale di alcune parole sia lo stesso di quello singolare ma cambia la pronuncia della parola stessa a cui esso si riferisce. In questo caso l'unico modo per imparare i vocaboli è il ricorso alla memoria. Ecco alcuni esempi: U' cuavadd (il cavallo = singolare) - u' cuavaddr (i cavalli = plurale), u' cidd (l'asino = singolare) - u ciaddr ( gli asini= plurale), u' criatur (il bambino = singolare) u' cria'torr (i bambini = plurale).
2. ARTICOLO INDETERMINATO
Gli articoli indeterminati si usano per indicare cose generiche o non numerabili.
In dialetto la regola è:
- Gli articoli indeterminati maschili si traducon con " ‘n" (uno): 'n cuastidd" (un castello), "'n cidd" (un asino), "'n drpaterij" (un grosso fossato) "'n ciuc'r" (un cece).
- Gli articoli indeterminati femminili si traducono con "‘na" (una): "'na fjndèn" (una fontana), "'na jaddìn" (una gallina), "'na me’ll" (una mandorla).
3. UN PO' DI... dei/del/della/delle/degli
L'espressione "un pò" si traduce spesso con la parola "'n zc" e spesso viene usato come articolo partitivo: "'n zc d ppen" (un pò di pane/del pane), "'n zc d ssel" (un pò di sale/del sale).
Alcune volte l'espressione "un pò" si traduce con "cer't". Esempio: "cer't jagn'n" (certi ragazzi), "cer't cria'torr" (dei bambini).

2. I pronomi personali: io, tu... judd
I pronomi personali si traducono in questo modo:
-
Pronomi personale singolare:
IO = Ji
TU = T'
EGLI/ESSO/LUI = Judd
ELLA/ESSA/LEI = Jedd
2. Pronomi personali plurali:
NOI = Nij
VOI = vij
ESSI/ESSE/LORO= Lar
Nel rapportarsi agli altri, è importante decidere se dare "del Tu", "del Voi" "del Lei".
Nel dialetto materano la scelta dipende dal grado di confidenza che si ha con l'interlocutore o dal suo ceto sociale.
Si da "del tu" quando si considera l'altra persona come un pari. La domanda tipica per rompere il ghiaccio e per presentarsi è: " E t', com t' chiem'? a cij appartn" (e tu come ti chiami? a quale famiglia appartieni?)
Se al contraio ci si rivolge ad una persona con cui non si ha molta confidenza e magari che appartiene anche ad una diversa classe sociale, si usa tassitavamente "il Voi": "com vij chiamet?.
Spesso, quando si rivolge la parola a delle persone anziane, al "padrone" o a delle persone che non si conoscono bene, si usa l'espressione "a sign'rì" per indicare "e voi signore...". Esempio " a sign'rì, a c appart'nijt?" (e voi signore, a quale famiglia appartenete?).
Il dialetto materano non prevede l'uso "del Lei" troppo formale e soprattutto troppo moderno!

3. Gli aggettivi e pronomi dimostrativi
In dialetto gli aggettivi dimostrativi hanno un'unica radice che si differenzia a seconda che l'aggettivo sia maschile o femminile.
- SINGOLARE
- Gli aggetti dimostrativi maschili "questo" e "quello" hanno una stessa radice che è "CU" e si traducono rispettivamente "CUSS" e "CU'R". Alcuni invece usano dire "CHISS" e "CHIR" ma più o meno è la stessa cosa.
- Gli aggettivi dimostrativi femminili "quella" e "questa" hanno la stessa radice "CA" e si traducono rispettivamente con "CA'RA" E "CASS". Alcuni dicono anche "CHER" e "CHESS".
2. PLURALE
Gli aggettivi dimostrativi, al plurale, non fanno distinzione di sesso.
- "Questi" e "queste" si traducono con l'espressione "CH'SS".
- "Quei/quegli" e "quelle" con la parola "CH'R", come si vede scompare la vocale.
Ecco alcuni esempi:
Questo libro = Cuss lubbr/ chis lubbr
Quel ballo = Cur bòll/ chir bòll
Questa casa = Ca'ra chés
Quella porta = Cass pèrt
Questi piatti = Ch'ss piòtt
Queste pezze = Ch'ss pezz
La stessa cosa vale per i pronomi dimostrativi, vale a dire quegli aggettivi che prendono il posto dei sostantivi, fatta eccezione per "questa" che si traduce con "CA'R". In questo caso la "A" finale non viene pronunciata.
Alcune espressioni tipiche:
nan Cuss, Cudd'ot (no questo, quell'altro).
nan Chir e Cuss'ot (no quello, quest'altro).
Car e Chedd'ot (quella e quell'altra)
Chess e Chess'ot (questa e quest'altra)

4. Aggettivi e pronomi possessivi: mio, tuo...sij
In dialetto materano, gli aggettivi che indicano il possesso si traducono in questo modo:
- Aggettivi maschili singolari:
- mij (mio),
tij (tuo),
sij (suo),
nust (nostro),
vust (vostro).
2. Aggettivi femminili singolari:
- maj (mia),
taj (tua),
saj (sua),
nest (nostra),
vest (vostra).
Occorre ricordare che a differenza dell'italiano, il dialetto materano mette SEMPRE l'aggettivo possessivo dopo il sostantivo a cui si riferisce (mai prima).
Esempi:
La mia scarpa = La scòrpa maij
Il mio libro = u' lubbr mij
Le sue pentole = U' sartosc'n saij
3. I pronomi possessivi, sia maschili che femminili, sono gli stessi che utilizziamo per gli aggetti.
Nel linguaggio parlato essi sono SEMPRE preceduti dall'articolo determinato.
Esempi: "Chuss lubbr ièt u' mij" (questo libro è mio) oppure "chess scòrp jèt la maij" ecc.

5. Nomi e sostantivi
I nomi possono essere classificati in base al genere ( maschile/femminile) ed al numero (singolare/plurale). Per quanto riguarda gli esseri animati, esiste, in generale, una certa corrispondenza tra il genere grammaticale e quello naturale (sesso maschile o femminile del referenti). Vi sono tuttavia dei casi in cui tale corrispondenza non si verifica: la guardia, la spia, il soprano. In genere, le desinenze -o, -i indicano il maschile singolare e plurale, rispettivamente: -a, -e indicano il femminile singolare e plurale rispettivamente. I nomi uscenti in -e (pl -i), invece, possono essere sia maschili che femminili: il latte, la notte (fonte: dizionario della lingua italiana - Palazzo Folena - Loescher editore).
Se questo vale per la lingua italiana, nel dialetto materano le regole sono molto più semplici.
Le vocali finali non si leggono per niente. Quasi tutti i nomi (se non proprio tutti!!!!) terminano per consonante!!!!
Per esempio: la fontana = la fn'den, il cane = u' cu'en,
Quindi come si fa a capire il genere od il numero riferito ad un nome???
Elementi fondamentali di distinzione sono gli articoli determinati ed indeterminanti, essi indicano se il nome e singolare o plurale, maschile o femminile.

6. Plurale
Premessa:
Di seguito riportiamo alcune regole per comporre il plurale dei nomi e degli aggettivi.
Si tratta di norme a carattere generico con molte eccezioni che noi non abbiamo riportato per semplicare lo studio del dialetto che risulta, già di per se, molto complicato.
Definizioni:
- I nomi e gli aggettivi che al singolare terminano con -a formano il plurale in:
- i se maschili. Esempi: sistema/sistemi, comunista/comunisti, poeta/poeti (in dialetto la vocale finale non si legge mai, quindi diremo: u's'stam, u'comunust, u'poat)
-e se femminili. Esempi: mamma/mamme,casa/case, gatta/gatte (ancora una volta le vocali non si leggono quindi diremo: la mòmm/u'mòmm, la ches/u'ches, la iòtt/u'iòtt) - I nomi e gli aggettivi che al singolare finiscono in -ca, -ga al plurare diventano:
-che, -ghe per il femminile plurale. Esempi: La banca/banche, la barca/barche (in dialetto ca e che si si pronunciano "k" quindi diremo: la bònc/ u' bonc, la bòrc/u' bòrc. Ga e ghe si leggono gh: la collag/u'collag)
-chi, -ghi per il maschile plurale. Esempi: il collega / i colleghi, il monarca/i monarchi (in ca e chi si leggono "K" mentre ga e ghi si leggono gh. Quindi diremo: u' collag, u' monorc) - I nomi e gli aggettivi che terminano in -cia, -gia
- se la ì è tonica al plurale diventano -cie, -gie. Esempi: la farmacìa/farmacìe, bugìa/bugìe (in dialetto cia e cie si leggono cij con il suono della i prolungato)
- se la i non è tonica, e c’è una consonante prima di -cia, -gia il plurale diventa -ce, -ge. Esempi: la faccia/facce, la spiaggia/spiagge (in dialetto cia e ce si leggono c (con c diverso dal suono k), e cie e gie si leggono g (diverso da gh))
- se la i non è tonica, e c’è una vocale prima di -cia, -gia il plurale diventa -cie, -gie. Esempi: la camicia/le camicie, la valigia/le valigie, la ciliegia/le ciliegie (in dialetto non c'è una regola precisa, a volte gia e gie si leggono scij e cia e cie si leggono s. Esempi: la valiscij/u' valiscij, la camm's/u'camm's, la c'res/u'c'res. Ovviamente alcuni termini dialettali sono totalmente diversi dall'italiano) - I nomi e gli aggettivi che terminano in -o formano il plurale così:
-i maschile plurale. Esempi il libro/i libri (in dialetto ovviamente la vocale finale non si legge: U' lubbr)
-i femminile plurale. Esempi: la mano/le mani (in dialetto la vocale finale non si legge: la mèn/u'mèn) - I nomi e gli aggettivi che finiscono in -io al plurale diventano:
- se la ì è tonica:-ii. Esempi: lo zio/gli zii (in dialetto non c'è una regola generale, almeno fino ad ora non l'abbiamo ancora trovata. Lo zio si dice u'zièn)
- se la i non è tonica : -i. Esempi: l'aglio/gli agli, gli occhio/gli occhi. (anche qui in dialetto non c'è un denominatore comune. Occorre imparare alcune parole solo sentendole pronunciare: l'òglij, Lucchij) - I nomi e gli aggettivi che finiscono in -co, -go formano il plurale così:
- se l’accento cade sulla sillaba precedente il plurale diventa -chi, -ghi. Esempi: antico/antichi, lago/laghi - certo non mancano le eccezioni - (in dialetto co e chi si leggono k: l'andìc. Go e ghi si leggono gh: u'lègh)
- se l’accento cade due sillabe prima il plurale diventa -ci, -gi. Esempi: matematico/matematici, psicologo/psicologi (in dialetto co e ci si leggerebbero k: matemòtik, mentre go e ghi gh si leggerebbero psicàl'gh) - I nomi ed aggettivi che finiscono in -e sia al maschile che al femminile terminano con -i. Esempi: la nave / le navi, la televisione / le televisioni. (In dialetto non si legge la vocale finale: la nev/u' nev, la televisiàn/u'televisiàn)
NB si è notato che le parole che in dialetto al singolare finiscono per "d" hanno il plurale in "dr". Esempi: u' cuavodd/u' cuavoddr, u' cidd/u'cioddr

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