
Dossier,
Quel Lavoro che non c'è più
Il popolo Materano ha da sempre sviluppato la propria economia sull’agricoltura e sulla pastorizia, in quanto il territorio è circondato da roccia, collina e qualche spazio pianeggiante.La presenza di mulini, pastifici e fornaci nei tempi antichi, le industrie metal meccaniche di Jesce, chimiche della Val Basento e i salottifici poi, hanno determinato uno sviluppo sufficiente dell’economia nel Materano e nella provincia; non si è riusciti comunque ad eliminare la disoccupazione giovanile che aveva come riflesso l’emigrazione.
Spesso ad incentivare l’economia Materana ci son volute persone che hanno saputo ben sfruttare le caratteristiche fisiche del territorio e le attitudini della gente.
Nel corso degli anni molti sono i progetti di lavoro ideati, realizzati e successivamente falliti, altri invece sussistono nel tempo.
A subire le conseguenze della suddetta situazione sono state le imprese degli indotti, gli operai e i commercianti; in pratica si è avuto un calo di occupazione, non contrastato a dovere nel corso degli anni dalla classe politica a cui tutti possiamo solo guardare con occhi rammaricati e amareggiati.
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1. La fornace (La frnescj)
La Fornace, in dialetto "La Frnescj", ubicata nel centro cittadino di Matera, era stata adibita a produzione soprattutto di mattoni, utili alla edificazione di palazzi moderni, sostituendo così l’utilizzo del tufo, dalla Ditta Manicone e Fragasso nel 1958. Spessissimo si sentiva in zona il suono fastidioso della sirena che proveniva dalla fabbrica; tale sirena stava a significare l'inizio o la fine della giornata lavorativa.

Fabbrica Manicone e Fragasso (collezione Rosario Genovese)
La nuova gestione durò fino al 1965 e nel 1970 si decretò la chiusura definitiva, anche a causa dell’insediamento nella zona Materana di un’azienda del Nord: La Valdadige, che allargò la produzione anche a manufatti in cemento e prefabbricati.
La Val D’Adige contribuì a dare una svolta per la modernizzazione della città modificandone l’aspetto. Infatti, l’utilizzo dei manufatti prodotti dall’Azienda, ha permesso di costruire anche capannoni industriali di molte aziende materane.

La Fabbrica Val D'Adige (collezione Rosario Genovese)
La fabbrica di mattoni Manicone e Fragasso dava occupazione a più di un centinaio di operai, e il suo prelevamento dalla vecchia Ditta Cappelluti-Altomare, era considerato uno spiraglio economico per lo sviluppo della città, e un cambiamento di tendenza, abbandonando completamente l’idea della produzione della ceramica artistica. Questo significò per molte maestranze artigiane (come i vasai, fornaciari, decoratori ecc.) "l'inizio della fine".
La produzione della ceramica a Matera risale agli inizi del ‘900, quando Gioacchino Cappelluti Altomare, impressionato dalla grande quantità di argilla presente nel territorio Materano, decise di impiantare un’azienda di produzione di mattoni. Le caratteristiche dell’argilla, carico di ossido di ferro, davano a prodotto finale una resistenza e una colorazione dal giallo al rosso intenso, mentre quella con caolino, carbonato di calcio, magnesio, silice e allumina davano una colorazione più chiara. L’argilla veniva prelevata anche dal circondario Materano, ossia dai paesi di Miglionico, Grottole, Pomarico, che trasportata a Matera, nei pressi della fabbrica veniva essiccata al sole, poi frantumata e immersa in vasche piene di acqua; in seguito, rimossa l’acqua, veniva posta nei contenitori pronta per l’utilizzo attraverso gli stampi per la produzione di mattoni, e con i torni per la produzione di vasi in ceramica e porcellana.
La fabbrica ebbe dei periodi favorevoli, alternati a periodi bui, infatti rimase chiusa per un periodo abbastanza lungo fino a quando fu rilevata da Arcangelo Natale Annunziata intorno al 1944 per continuare la produzione di laterizi e ceramiche.
Lo sviluppo della produzione delle ceramiche artistiche non ebbe grande seguito a Matera, forse perché il popolo era più indotto all’ agricoltura, pastorizia e artigianato (che dava più garanzia di sopravvivenza in un periodo di estrema povertà), ma anche perché mancavano scuole di specializzazione nel settore; sono quindi man mano andati scomparendo coloro che l'argilla la lavoravano, anche se alcune figure, specie coloro che trattavano questo materiale in forma artistica, seppur in limitatissimo numero, sono sopravvissute: parliamo di cartapestai e artigiani vari (oggetti particolarmente caratteristici della città sono i "Cucù").

Chi quegli anni gli ha vissuti ricorda sicuramente l'alta raffinatezza, oltre che la qualità e la bellezza artistica, delle ceramiche prodotte a Matera. Esempi di quanto descritto sono visibili in una mostra presso il Museo Domenico Ridola, organizzata dall’ UNITEP (Università della Terza Età e dell’Educazione Permanente).
Le notizie storiche sono state tratte da: Ceramica Artistica Cappelluti-Annunziata Matera 1922-1953.

2. Alla scoperta della storia dei Mulini ('u ml'n)
Il popolo materano, dedito all’agricoltura e pastorizia, ha da sempre basato il suo lavoro principalmente sulla lavorazione della terra che ha contribuito comunque allo sviluppo sociale e commerciale della città. Il territorio della campagna materana, molto variopinto tra la roccia calcarea (" 'U ctizz"), l'argilla ("D iriat"), costituito di colline e pianure, ha permesso di improntare l’economia agricola sopratutto sulla coltivazione di un frumento particolare. Il prodotto ottenuto, cioè il grano duro o grano Cappelli, è risultato adatto alla produzione di prodotti speciali per la degustazione quali il pane (D.O.P - Denominazione di Origine Protetta) e la pasta di alta qualità. I contadini si erano specializzati a tali colture di grano Cappelli, nonostante la resa del raccolto fosse lievemente ridotta rispetto ad altri tipi di frumento. Erano proprio i contadini, attraverso i traini, a trasportare i sacchi di grano dalle campagne ai mulini di fiducia i quali, dopo accordo verbale, procedevano nella compravendita attraverso il mugnaio che depositava il bene acquistato nei grossi magazzini, risultando di fatto dei banchieri del grano. I vari prodotti ottenuti dalla lavorazione del grano permettevano al mugnaio ("M'lnèr") di venderli per l’uso più appropriato e più richiesto.

(Ecco Piazza Mulino prima, nel 1975, e dopo. In tale area sorgeva il Mulino Andrisani)
Inizialmente il grano era macinato a pietra e la quantità di grano trasformato dipendeva sia dal numero dei dipendenti che il mulino aveva, sia dalla grandezza del mulino stesso (e comunque non superava i 4 o 5 quintali al giorno di grano lavorato). Successivamente la pietra fu sostituita da cilindri con motore elettrico, con il conseguente aumento della produzione.
Le massaie utilizzavano i prodotti in diversi contesti: la semola ottenuta era impiegata per produrre la pasta fatta in casa, la semola rimacinata, invece, per fare il pane e, infine, l’ultimo scarto era la crusca che serviva
come cibo per le galline, polli e maiali. Per i dolci veniva usata la farina di grano tenero, la così detta "farina doppio zero" ("Maielc"). Dalla lavorazione derivava anche il farro, che era il primo prodotto ottenuto dal grano sotto la macina a pietra, e che spesso in tavola sostituiva il classico riso.
La lavorazione del grano duro a Matera risale ai tempi antichi; di conseguenza anche la produzione del pane e della pasta di alta qualità è antichissima, e veniva realizzata tramite trafile in bronzo. I mulini a Matera sorsero nella periferia cittadina dato che tale collocazione risultava più agevole sia per il deposito dei contadini (o della maggior parte di essi) sia per l'acquisto da parte di fornitori dei paesi limitrofi. Alcuni contadini decidevano comunque di conservare il grano nella propria casa nei Sassi attraverso un'operazione più laboriosa che aveva come atto conclusivo il deposito in grosse casse ("Cuasciaun").
Con il passare del tempo gli imprenditori, favoriti dal grande commercio del grano duro, incrementarono la lavor

azione costruendo mulini più grandi, capaci di accogliere una quantità maggiore di frumento. Tale accrescimento del settore contribuì allo sviluppo economico e sociale, dando occupazione a un numero sempre più numeroso di lavoratori.
Tra gli anni ’40 e ’50 erano tre i principali mulini cittadini che portavano il nome della famiglia proprietaria: Mulino Padula che sorse in Via Lucana (foto a destra) che negli anni ’70 si trasferì in Via Cererie (rione Piccianello), Mulino Andrisani presente nelle due postazioni di Via Lucana, Mulino Gagliardi sito in Via IV Novembre.
I prodotti principali ottenuti dal grano duro era la farina e la pasta. Quest’ultima veniva distribuita ai negozi alimentari che la posizionavano in cassetti di tavola. La vendita al dettaglio veniva effettuata senza confezioni o involucri, semplicemente la pasta lunga veniva avvolta nella carta mentre la pasta piccola in cartocci.
Il primo mulino in assoluto fu costruito nel 1884-1885 dalla Ditta R.R. Alvino e Compagni (foto in basso), progettato da Leonardo Ridola, eseguito dalla Impresa Raguso. La destinazione fu quella di opificio a vapore con mulino per la produzione dei vari tipi di pasta e di pane.

(Mulino Alvino, diventato poi Mulino Quinto-Manfredi. A destra entrata)
Tale struttura subì nel corso degli anni la ristrutturazione e il restauro e, nel 1945, fu ampliato in verticale perchè la tecnica di macinazione era stata sostituita da quella graduale. Successivamente il Mulino fu rilevato da Quinto e Manfredi che continuarono a incrementare la produzione di pasta, chiamata a quei tempi "Pasta Lucana", di ottima qualità, la cui confezione era una busta trasparente con strisce rosse.
Il mulino Padula, trasferitosi successivamente in Via Cererie, ampliò la produzione costruendo i silos per contenere una maggiore quantità di grano (foto a sinistra). La pasta prodotta da tale stabilimento prendeva il nome di Pasta Padula la cui confezione era trasparente con strisce azzurre.
Intorno agli anni ’70 il blocco del prezzo del grano, deciso a livello nazionale, penalizzò soprattutto le imprese più piccole di cui la maggior parte non riuscì a sopravvivere. Detta crisi interessò anche i nostri mulini con conseguente riduzione di produzione e quindi di anche di personale.
Il terremoto del 1980 significò la chiusura definitiva del Mulino Quinto-Manfredi. La stessa sorte toccò anche al Mulino Gagliardi che, nel frattempo, aveva spostato l’azienda alle porte di Matera Nord.
Il pastificio Padula rimase, in un primo momento, in vita continuando la produzione dell'ottima Pasta Padula, che sopravvivette alla crisi del momento grazie alla sua ottima qualità riconosciuta a livello nazionale. Negli anni successivi purtroppo anche il Mulino Padula fu costretto prima alla chiusura, poi alla vendita dell'intero stabilimento di via Cererie al colosso Barilla.
E come si sa, le grandissime aziende badano più all'ottimizzazione dei costi, trascurando la salvaguardia delle tradizioni. Così il grano duro delle campagne materane, di altissimo livello, fu sostituito con il grano a più basso costo proveniente dalla Russia e dall’Europa dell’Est, di qualità sicuramente molto più scadente.
Logiche di mercato video la Barilla chiudere definitivamente lo stabilimento, costringendo l'intero personale alla mobilità e alla cassa integrazione.
Anche questa iniziativa tutta Materana era arrivata al capolinea. Erano fallite tutte le iniziative di produzione con l’ annullamento degli ottimi prodotti; allo stesso tempo crollarono tutti i progetti di tanti operai occupati in tali fabbriche.
Il progetto di una altra azienda del barese, Tandoi, dopo un accordo con la Barilla, ha cercato di mantenere la produzione della pasta a Matera cercando di imitarne la qualità, con la garanzia di mantenere l'occupazione, chiaramente molto ridotta.
Ai giorni d'oggi è rimasto in attività solo il Mulino Dell’Acqua, acquistato nel 1952, per altro importante fornitore per i panifici del Materano e per le regioni limitrofe di tutti i beni riguardanti la lavorazione del pane, pasta ed altro. Il Mulino Dell'Acqua rappresenta l'ultimo baluardo di un settore ha fatto la storia della città di Matera. Nostro compito è riscoprire ciò che è stata la storia dei Mulini Materani e cercare, magari, di ripercorrerla in futuro.

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