
Dialetto,
I mestieri antichi
- U Scuarpèr (il calzolaio)
- U conza piott (il cucipiatti)
- U Mbrller (l'ombrellaio)
- L'ammlafurc (il mola forbici)
- U z'tllèr (il setacciaio)
- U Scjietta bonn (il banditore)
- U F'rrer (il maniscalco)
- U Cuallarel (il calderaio)
- U Mast d'oscj (il maestro d'ascia)
- U Varvjr (il barbiere)
- U Siggjer (l'impagliatore)
- U faljgnem (il falegname)
- U spruatar (il potatore)
- U Cuarvner (il carbonaio)
- U Sprter (il canestraro)
- U Fjrnascier (Il Fornaciaro)
- U Vaser (Il Vasaio)
- la Matrasser ( La Materassaia)
- 'U Frnèr (Il Fornaio)
- 'U Cangiastrozz (Il Cambiastracci)
- 'U Mt'taur (Il Mietitore)
- il Trainiere (U trainjr)
- la Lavandaia (lavanner)
Oggi, nel contesto moderno, le attività lavorative sono molte ma spesso di serie, in automatico, informatizzate; ieri invece la manualità faceva da padrone, e qualunque mestiere o attività era prevalentemente manuale. Si dava così sfogo alla propria inventiva e alla propria abilità pur di riuscire a guadagnare qualcosa per portare avanti la famiglia.
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1. U Scuarpèr (il calzolaio)
Era colui che riparava le scarpe, sostituiva i tacchi, applicava i sopra tacchi, sostituiva le suole, metteva il salva punta, le puliva con la cromatina e infine le lucidava con lo straccio e un pò di saliva.

"Iund a na p'tiaul dalla mat'n alla sàr s m'ttav a fè r'maur." - Dentro una piccola bottega dalla mattina alla sera faceva tanto rumore gli utensili erano:
* GLI UTENSILI *
U martjidd - il martello
La t'nogghij - le tenaglia
U pnt'n - i chiodini
U smmnzell - i chiodini più piccoli
U caucciù - il caucciù
Ummost’c - il mastice (colla)
L’assigghij - il punteruolo
U f'l p caus - il filo per cucire
La ferm - La forma della scarpa
La furc - le forbici
U crtjdd - il coltello
La cort vtret - la carta vetra
La mstr - la cromatina
La sckpett - la spazzola
* DETTI *
"U Scuarper fesc u scorp a lot e iud ve scolz" - Il calzolaio fa le scarpe agli altri e lui va scalzo

2. U conza piott (il cucipiatti)

Era colui che riparava i piatti quando si rompevano. All’epoca c’erano piatti grandi d’argilla dove la minestra veniva servita a tutti. Tutti mangiavano dallo stesso piatto e veniva sicuramente penalizzato il più lento.
Erano sicuramente altri tempi, e quando il piatto si rompeva veniva riparato con una sorta di cucitura effettuata con filo di ferro che si faceva passare tramite buchi ricavati da un trapano a corde con la punta di un chiodo impastato con sostanza cementante.
"R'parèv piott da la mat'n a la sàr." - Riparava piatti dalla mattina alla sera
* GLI UTENSILI *
U tropn a cuannapjdd - il trapano a corde
Frf'lèt - filo di ferro
Cjmènt - cemento
T'nogghj - tenaglia
* CURIOSITA' *
Questo artigiano era considerato lo "Spauracchio" dei bambini, infatti questi, appena sentivano il gridare del cucipiatti per le strade, scappavano via andando a nascondersi nei punti più strategici.
Faceva la parte del cattivo soprattutto per i bambini più vivaci, infatti i loro genitori, pur di ottenere un pò di quiete, impaurivano i piccoli dicendo che l'artigiano cuciva la bocca dei bambini cattivi.

3. U Mbrller (l'ombrellaio)

Era la persona che riparava gli ombrelli presenti nelle case in numero esiguo e cioè per chi era già fortunato in numero di uno. Quando questi si rompevano per l’usura o quando erano sottoposti a venti molto forti denominati “trbblln”,per cui erano soggetti a rompersi, venivano riparati da quell’artigiano che periodicamente, soprattutto nei periodi invernali e di mezza stagione, percorreva le strade dei “Sassi” e con la voce alta annunciava il suo passaggio.
La sua base d’appoggio era il terreno , le chianghe , il muretto o un tufo che di solito si trovava nei pressi delle porte delle abitazioni.
* GLI UTENSILI *
La t'nogghj - la tenaglia
U Frf'lèt - il filo di ferro
La furc - le forbici
U Chttaun - il cotone

4. L'ammlafurc (il mola forbici)
Era l’artigiano che si occupava della molatura delle lame che risultavano non più taglienti; in passato infatti pur di non buttare qualunque attrezzo malfunzionante come il coltello, la falce, l'accetta e le forbici (sia quelle usate in casa che quelle usate durante la vendemmia), questi venivano aggiustati.
Generalmente “l’ammlafurc” più rinomato aveva un piccolo negozietto con l’attrezzatura da banco, quello più umile invece era dotato di un carretto o addirittura di una bicicletta sormontata da una mola di pietra che per girare era collegata con delle cinghie ai pedali. Si dotava anche di una borraccia di acqua che serviva per raffreddare i metalli.
Gli artigiani si recavano per le strade gridando con voce a candilena ”mo vain l’ammlafurc”, e a questo richiamo le donne accorrevano per la strada sperando di poter affilare nuovamente le lame.
* GLI UTENSILI *
La Burrocc d’ocqu - la borraccia con acqua
‘Na strozz - uno straccio
Fondamentali erano:
La biciclett - la bcicletta
La maul - la mola di pietra
U martjdd - il martello

5. U z'tllèr (il setacciaio)

Riparava e vendeva setacci per le strade della città.
Erano utensili di varie forme e di diverso uso: in cucina il setaccio per la farina, il cui fondo era costituito da una rete a trame sottili, serviva per selezionare la farina più fine dalle impurità, il setaccio per il grano, con il fondo sempre reticolato, era adatto invece per separare il grano pulito dai frammenti di spighe e prendeva il nome di "farnel".
U Z'tllèr aggiustava e vendeva anche i telai per il ricamo
* GLI UTENSILI *
U Frf'lèt - il filo di ferro
U Chttaun iuruss - il cotone grosso
U Pnt'n - i chiodini
U Martjdd - il martello
La Tnogghj - le tenaglia
La tail - la tela
L'Ech - l'ago

6. U Scjietta bonn (il banditore)

Era colui che informava i cittadini su avvenimenti straordinari, quali ad esempio la visita di un personaggio importante, iniziative particolari prese dalle autorità cittadine, vendite di prodotti alimentari a prezzi straordinari (quali il grano, la farina, i legumi ecc.).
Era in particolare una formula di giornale cittadino, con servizi anche di pubblicità di alcuni venditori o mediatori senza le cosiddette imposte come succede ai nostri giorni.
Veniva assunto da politici, negozianti, commercianti e mediatori col compito di divulgare per le vie della città messaggi dei tipi citati in precedenza.
Girando si fermava, generalmente, nelle piazzette più abitate in modo che lo potessero sentire un numero maggiore di persone. Il sistema era quello di gridare e intonare una cantilena, che spesso rimava, a voce alta e a volte attraverso un megafono costituito da un imbuto di rame. In altre zone si accompagnava dal rullo del tamburo.
Il suo accompagnatore ufficiale spesso era un cane che, oltre a tenergli compagnia, era il modo più semplice per accattivare la simpatia dei bambini.

7. U F'rrer (il maniscalco)

Era un mestiere legato alla civiltà contadina, e diffuso in passato quando la gente usava gli animali per spostarsi. Essendo nel periodo intorno al '900 l'agricoltura la fonte di reddito primaria per la maggior parte della popolazione, diffusissime erano le botteghe di fabbri che si occupavano di aggiustare gli zoccoli dei muli con i quali i contadini si spostavano in campagna.
Il lavoro per i contadini iniziava al mattino presto perché essi si mettevano in marcia alla volta delle terre proprie o dei Signori del periodo (a Cmnonz).
La procedura per riparare gli zoccoli dei muli era complessa e spesso richiedeva l'ausilio del contadino o del ragazzo di bottega, oltre che dell'artigiano. Il ferro del cavallo veniva lavorato e sagomato sulla forgia e arroventato sui carboni ardenti mediante il vento emesso dal mantice azionato da una manovella.
* GLI UTENSILI *
U fjrr du cuavodd - il ferro di cavallo
U martjdd - il martello
La tnogghj - la tenaglia
U cindrn - i chiodi lunghi
L’anchidn – l’incudine
La fargj – la forgia
U carvjn - I carboni
La punz – le pinze
Il ferro di cavallo viene usato come porta fortuna ed è facilmente individuabile negli appartamenti, negozi, botteghe artigiane, automobili di gente superstiziosa (anche riprodotto in giondoli).
Il fabbro dell’epoca era curatore degli animali, infatti eseguiva degli interventi quando gli animali si ammalavano, partorivano, o per qualsiasi altro imprevisto; a volte diveniva anche curatore delle persone soprattutto sulle così dette slogature (distorsioni o lussazioni) eseguendo le stoppe per mantenere le articolazioni bloccate.
A volte osavano di più correndo il rischio di creare deformazioni articolari.
La stoppa era costituita da garze, sottoprodotto della pettinatura della canapa o del lino. Tale stoppa era impregnata dal bianco dell’uovo. Quando l’impasto induriva diventava un agglomerato semirigido che simula l’apparecchio gessato di oggi.

8. U Cuallarel (il calderaio)

Era chiamato anche “Stagnèr” ed era l’artigiano che creava e riparava pentole in rame.
Le pentole venivano lavorate col martello e si trattava per la maggior parte di rame rossa con i
manici erano di ferro. Era un mestiere che necessitava, oltre che di una buona forza fisica, anche di molta pazienza, infatti la buona riuscita di un ausilio di rame dipendeva essenzialmente da come era stato lavorato, compresa l’attaccatura dei manici.
Era un rumore assordante e continuo quello che veniva prodotto dalla battitura del martello sul foglio di rame, perciò, nonostante la buona tolleranza dei cittadini all'epoca, le botteghe dei calderai erano concentrati in luoghi dedicati soprattutto a queste attività molto rumorose.
La produzione in rame interessava maggiormente ausili dediti alla cucina come “La caller”, dove le donne bollivano l’acqua per il bucato (la ljssj), ”La chicchier” lo scola pasta, ”La sartoscjn“ dove si arrostivano le castagne, ”La frasciar” il braciere e le palette per gestire i carboni, ”La rasaul” per pulite i tavolieri ed altro ancora.
Alcuni di questi ausili venivano rifiniti in stagno (come ad esempio la rasaul) per evitare che si arrugginissero nel tempo.
* GLI UTENSILI *
La Rem rauss - il rame rosso
U martjdd d f'rr - il martello di ferro
U martjdd d ljgnèm - il martello di legno
U stogn - lo stagno
U martjdd p stagnè - il martello per stagnare
La t'nogghj - la tenaglia
La ljm - la lima
La carvnedd - la carbonella

9. U Mast d'oscj (il maestro d'ascia)
Lavorava in una bottega ed era chiamato anche “Carradore”, cioè colui che costruiva traini e carretti (calessi) trainati da muli, usati per il trasporto della gente che si recava in campagna, del raccolto, della legna, o cavalli, questi ultimi utilizzati esclusivamente per il trasporto delle persone.
I traini avevano le ruote grandi con un asse centrale. Al di sopra era allocato una costruzione in legno a forma di parallelepipedo
Il traino aveva anche il sistema frenante sulle ruote, e questo veniva azionato da una corda . Nella parte posteriore, e sotto il traino, era alloggiata la lampada a petrolio che serviva nelle ore buie sia del mattino, quando i contadini si recavano nelle campagne, sia della sera, quando tornavano dai campi.
La sua bravura consisteva essenzialmente nella precisione con la quale riusciva a prendere le misure delle tavole da tagliare, dalla funzionalità del sistema frenante, che doveva essere sicuro al momento opportuno (e cioè su pendii di tratture), e dalla scelta del legno da adoperare (soprattutto per la costruzione delle ruote per evitare deformazioni nel tempo), che doveva essere stagionato.
U mast d'oscj era anche colui che costruiva aratri; un tipo particolare d’aratro era quello a chiodo, tipico anche degli anni antichissimi.
* UTENSILI *
U tavl - le tavole
U chianuzz - il pialletto
La saig - la sega
U martjdd - il martello
La tnogghj - le tenaflia
La rem - pezzi di rame
U cendr - i chiodi
La rosp - la raspa
U scuarpjdd - lo scalpello

10. U Varvjr (il barbiere)

Era ed è l’artigiano dalle numerevoli attività. Le principali, chiaramente, era quelle di radere la barba, spuntare i baffi e tagliare i capelli. Il loro compito era svolto principalmente nelle botteghe (solo per i signori importanti e per i sacerdoti era effettuato a domicilio).
Nelle botteghe l’arredamento era costituito da sedie da lavoro, originariamente in legno, sostituite successivamente dalle poltrone girevoli, da specchi il cui numero dipendeva dalla grandezza del locale, da armadietti in cui venivano custoditi i teli, generalmente di colore bianco (o celeste), da una vetrinetta dove erano esposti altri ausili come il dopo barba (costituito dall’alcool etilico) e la gelatina, e da un banchetto che veniva usato per rendere più alto il bimbo, e, quindi, per far lavorare più agevolmente il barbiere.
I più poveri, al posto della gelatina, usavano il sapone per mantenere i capelli fermi e tirati anche a prova di vento.
Una volta che i bambini sedevano sullo sgabello, "u vanghtjdd", dovevano rimanere immobili per evitare le urla del barbiere, e per questo motivo era considerato una specie di strumento di tortura. Le indicazioni su come tagliare i capelli al bimbo erano fornite dai genitori, e spesso il modello usato era "all'Umberto", ovvero corti semi-rasati, al fine di evitare un ritorno a breve dal barbiere e per non rischiare di contrarre i pidocchi.
Un’altra attività del barbiere era quella di esercitare prestazioni mediche e infermieristiche. Era solito effettuare il salasso (pratica di pertinenza medica e di ambito ospedaliero in determinate patologie) mediante le sanguisughe, o cava denti.
La bottega era la tana dei pettegolezzi, oggi denominato gossip, prima chiamato "ciallidd", e gli argomenti più gettonati erano politica, sport, cronache attuali e donne.
Anche in passato il giorno di chiusura del barbiere era il lunedì.
"A fè la vorv o cidd s pard iocqu i sapaun" - Nel fare la barba all'asino si perde acqua e sapone.
* UTENSILI *
La furc - le forbici
La pttnass - il pettine
La mascjn - la macchina dei capelli
U rasjl - il rasoio
U pjnnjdd - il pennello per la barba
U sapaun d la vorv - il sapone per la barba
U spurt p dopo vorv - l’alcol per dopo barba
La gjlatjn - la gelatina
U stagna - la bacchetta emostatica

11. U Siggjer (l'impagliatore)
Era quell’artigiano che riparava le sedie, di solito quelle con la seduta in paglia. Era una paglia particolare a fili lunghi, essiccata al sole, intrecciati per dare resistenza al peso del corpo. Le sedie venivano riparate quando gli intrecci di paglia erano così lacerati da non permettere alle persone di sedersi sopra.
Riparava anche i fusti delle sedie, e la denominazione deriva soprattutto da riparatore di seggie o seggiolina per i più piccini. L’avvolgimento dei fili di paglia veniva anche effettuato su di un telaio e poi incastrato sulla seduta.
Il suo laboratorio era costituito da un piccolo locale adibito a tale lavoro, ma, spesso, le riparazioni venivano effettuate a domicilio, pertanto "U Siggjer" era anch'esso ambulante nella maggior parte dei casi.
Nel corso dei tempi la paglia è stata sostituita da intrecci di plastica, che garantisce più facilità nella lavorazione e più resistenza.
Oggi è difficile reperire le sedie di paglia (e anche di plastica), visto che il mercato è orientato verso più verso il commercio delle seggiole con seduta imbottita, o altro.
* GLI UTENSILI *
La pogghij - la paglia
La nghedd – la colla
La furcj – le forbici
U martjdd – il marello
U Pntjn – i chiodi
U chianuz - il pialletto

12. U faljgnem (il falegname)
Era l’artigiano che costruiva mobili, porte, finestre nelle botteghe ("ptaij"), dove erano presenti dei ragazzi apprendisti chiamati garzoni ed operai già esperti nella lavorazione del legno. I garzoni ("garzaun") imparavano il mestiere, aiutavano i maestri a trasportare il materiale, andavano a riempire l’acqua dal fontanino, e rassettavano la bottega alla fine della giornata.
Il falegname, in quanto esperto della lavorazione del legno, a seconda dell'ordine al quale doveva attenersi sceglieva il tipo di legname (e quindi la qualità).
Gli ordini riguardano generalmente mobili come le testate del letto (spesso fatte di ferro battuto), l’armadio ("l'armodij"), il comò ("u cmaun"), il settimino ("u setmanjn"), il comodino ("la culunnet"), la cassa panca ("coscj a dven"), il cassone che serviva per depositare il grano raccolto ("u cuasciaun"), la vetrinetta ("la crstalljr"), il tavolo a libro ("tovl a lubr") e il tavolino("la bffett").
Spesso aggiustavano le porte vetrine, i portoni, le finestre e altri oggetti che venivano danneggiati dai bambini che giocavano con la palla ("la poll"), con le pietre ("u peschj") e con la fionda ("la fiand").
Spesso una coppia che attendeva a breve un bambino si rivolgeva al falegname per far costruire la culla ("la nech"), il girello ("u scuonl"), il seggiolino e il cavallo a dondolo ("u cuavaddizz"); era anche solito occuparsi della costruzione delle bare ("u tavjt") utilizzate per i defunti che venivano tumulati nel terreno; nel caso di tumulazione in loculi di cappelle di famiglia o altro veniva aggiunta la cassa di zinco per cui erano necessario anche l’intervento del calderano ("u cuallarel").
* GLI UTENSILI *
U tovl - le tavole
U lgnem - il legno
La sarr - la sega
U martjdd - il martello
U scuarpjdd - lo scalpello
U pntn i la tnoghij - i chiodi e le tenaglie
U chmposs - il compasso
La rosp - la raspa
U chianuzz - la pialla
La nghedd - la colla
U metr - il metro

13. U spruatar (il potatore)
Era l’operaio dedito soprattutto alla cura della campagna. Il suo lavoro era molto importante per l’attività contadina, perchè anche da lui dipendeva la quantità e la qualità del raccolto; veniva chiamato dai contadini periodicamente per dare agli alberi una spuntatina dei rami, e quindi per permettere agli stessi di ricrescere, per cercare di aumentare la produzione e migliorare la qualità dei frutti.
Questo mestiere necessitava, e necessita anche oggi (anche se si utilizzano sempre più i macchinari), di una notevole conoscenza delle piante e dei loro cicli di fioritura e fruttificazione, oltre che degli arnesi adatti alla loro potatura: per esempio, il potatore opera con l'uso di forbici ("la furc") o coltelli particolari da innesto sui rami giovani, invece adopera la sega ("la sarr") e l'accetta ("l’accittid") solo per modificare o correggere la forma della chioma, affinchè i rami vecchi e grossi vengano sostituiti da quelli nuovi.
L’intervento era annuale, e di solito prima di operare attendeva la raccolta delle olive, delle mandorle, delle ciliegie, dell’amarena, delle albicocche,ecc.
Oggi questo mestiere stà via via scomparendo, visto che l'uso di macchinari permette ai titolari delle aziende un notevole risparmio di costi di gestione e di tempo. In passato però il potatore si spostava per le campagne con un mulo, accompagnato da una scala ("la schel") alta a seconda dell’altezza dell'albero da spuntare. Al termine del lavoro si raccoglieva la legna ottenuta dai rami tagliati e spesso un altro operaio (ragazzo apprendista) produceva della carbonella.
Il potatore era anche esperto di innesti, cioè trapiantava germogli di piante più giovani, che davano frutti di maggiore qualità. Mediante un taglio con un coltello, il potatore creava una fessura nella quale impiantava il germoglio; in seguito questo veniva protetto grazie a dei fili di erba o spago che venivano legati in corrispondenza della fessura.
* GLI UTENSILI *
La furc - le forbici
U crtjd - il coltello
La sarr - la sega
L’accittid - l’accetta
La schel - la scala

14. U Cuarvner (il carbonaio)

Il lavoro del carbonaio era faticoso e sacrificato, lontano dalla famiglia, nel bosco o nelle campagne. Questo mestiere prevedeva varie operazioni: raccolta di rami derivanti dalla potatura, abbattimento delle piante non produttive e secche, sistemazione del terreno sul quale venivano erette le "carbonaie" (con la successiva fase finale o scarbonatura) e infine l’estrazione del carbone finito e pulito.
Molti contadini riuscivano ad improvvisare la produzione di carbonella per il focolare, altri, per soddisfare le necessità di tutta la famiglia (spesso numerosissima), si impegnavano a produrne in quantità maggiore per poi venderla.
Il ciclo della produzione del carbone durava dai 4 a 6 giorni, durante i quali "U Cuarvner", per assicurare una buona qualità della carbonella, doveva essere vigile, e quindi in questo periodo si riducevano molto le sue ore di riposo.
Le fasi più importanti di questo processo erano: la palificazione, l’accatastamento della legna, la copertura e la combustione.
Una volta raffreddata, la carbonella veniva introdotta nei sacchi di liuta, per poi essere trasportata, grazie agli animali e ai carretti, nei lamioni adibiti a magazzini o per le strade della città per essere venduta alle famiglie in vista dell'inverno. Le famiglie usavano la carbonella principalmente nel braciere per riscaldare l'ambiente domestico, ma anche per scaldare i ferri da stiro per lo stiraggio dell'abbigliamento, delle lenzuola e del corredo per la futura sposa.
* GLI UTENSILI *
L’accett - l’accetta
La sarr - la sega
La scalad - la scaletta
U socc - il sacco

15. U Sprter (il canestraro)

"'U sprter"(lo sportaro), o "'U panarer"(il panieraro), costruiva cesti e panieri per le vie dei Sassi, o nel caso degli artigiani più affermati nella propria bottega. Presso il "canestraro" ognuno poteva prenotare il proprio prodotto su misura.
Spesso "'U sprter" era in realtà un pastore che impiegava i momenti di pausa nella produzione artigianale dei prodotti sopra citati. Portava quindi ovunque con se gli utensili per procedere nella lavorazione, si poneva accovacciato su un tufo o su uno scalino e lavorava per costruire "'U paner" (il paniere), o "'U panarjdd" (piccolo paniere), "'Na spert" (la sporta) o "'U cuanustr" (il canestro), anche su prenotazione.
Quando poteva, il canestraro lavorava nei pressi di un fontanino per dissetarsi durante la lunga preparazione del prodotto.
Per il suo lavoro prelevava le resticce raccolte al tempo dalle donne dopo la mietitura, e, selezionato lo stelo dalle spighe, rimuoveva l’involucro esterno e mettevano a bagno; quando queste parti erano impregnate di acqua, e quindi umide al punto da renderle flessibili, procedeva alla costruzione della "Spert" o "'U' cuanustr", di qualunque dimensione.
"'U panarer" era munito di un coltello affilato, e incrociava, dal telaio formato da steli di olmo, le canne flessibili. Costruiva anche la protezione alle bottiglie di vetro e alle damigiane. A volte venivano impiegate canne molto sottili o steli di vimini, utilizzando nella costruzione comunque la stessa procedura.
I cesti venivano utilizzati dalle donne per mettere la biancheria da stendere e quella asciutta, e più in generale per il trasporto al forno dei biscotti appena impastati; i contadini invece usavano tali contenitori per il trasporto della frutta dalla campagna alla propria dimora, e di solito i bambini, quando il padre tornava dalla campagna, correvano a cercare un pò di frutta (anche avariata, poco importava) nel paniere.
* GLI UTENSILI *
'U crtjdd - il coltello
'U rsticcj - le resticce
'U conn - le canne
'U spegh - lo spago

16. U Fjrnascier (Il Fornaciaro)

La vita del fornaciaio (" 'u fjrnacier") era molto sacrificata, come lo era per tutti gli altri mestieri, perché iniziava alle prime ore della giornata e terminava a tarda sera. Le prime operazioni erano quelle di preparazione del forno, cioè avvicinare le frasche dal deposito. Generalmente i forni avevano una camera pre-fuoco o di preparazione, e di una camera posta sul fuoco, dove venivano posti i materiali da cuocere; il calore veniva trasmesso attraverso dei fori comunicanti tra le due camere, ed infine dietro c’era la canna fumaria per l’espulsione dei fumi.
La abilità del fornaciaio, era quella, oltre che nella preparazione del fuoco, nel visionare che la combustione e il fumo procedessero regolarmente senza intoppi di alcun genere, e che il calore si distribuisse uniformemente in tutta la camera interessata. A fine cottura si aspettava che il forno si raffreddasse per poter uscire i materiali cotti, mentre la camera di combustione veniva ripulita dalle ceneri e dai detriti. Ogni infornata avveniva ogni due o tre giorni a seconda il numero dei prodotti che passavano i vasai e le commissioni di mattoni e tegole ordinate dai muratori.
A Matera queste attività erano raccolte nella piazzetta chiamata appunto " 'U Fjrnescj", Le Fornaci, poi Piazza Cesare Firrao, situata all’epoca in periferia dei Sassi nel nuovo centro cittadino, ed erano spesso collegati con botteghe di vasai o produzione di mattoni. In questi ultimi casi prestavano la loro opera anche coloro che preparavano le forme di tegole e mattoni per riempirle di argilla, ma anche i decoratori che riproducevano disegni e decori sui mattoni essiccati davano il proprio apporto.
La fornace più grande, con produzione di mattoni a livello industriale, fu costruita in Via Timmari e fu quella il cui ultimo proprietario fu la Ditta Manicone e Fragasso. Solo successivamente la produzione di questi prodotti fu inizializzata presso La Valdadige, azienda situata all’ingresso di Matera.

17. U Vaser (Il Vasaio)

Era l’artigiano che lavorava con l’argilla per dare forma a oggetti utili nella vita quotidiana popolare Materana. L’argilla, nel materano, la si trovava in diverse zone e soprattutto nei paesi limitrofi. 'U Vaser era solito lavorare in bottega, dove faceva anche scorta di argilla, che, per mantenerla umida, la custodiva in fondo alla bottega nella zona più fresca, la bagnava ogni giorno e poi la ricopriva di un telone impermeabile. Utilizzava un tornio a pedale, che con la sua rotazione, permetteva al vasaro di dare la forma all’oggetto da costruire.
Di tanto in tanto, per dare l’uniformità all’oggetto, versava un pò di acqua così da permettere alle mani di levigare meglio la superficie. Gli oggetti utili, che venivano frequentemente riprodotti, erano i " 'u piott"-i piatti, " 'u r'zzaul"–le anfore, utili alle donne quando trasportavano l’acqua dalle fontane, " 'u rjzzìl"–le anfore piccole, " 'u tianjdd"-il tegame, " 'u uouattjdd"–piatto piccolo, " 'u maiustr"-il piatto grande, " 'u chichm"-" 'u chjchmucchij", utili ai contadini quando lo riempivano di acqua dal pozzo e per portare con se l’acqua in campagna, "la capes"-" 'u cuapasaun", che servivano ad aromatizzare e conservare le olive ("la chenz all’alìj"), " 'u iascarjdd" utile per conservare il vino sia a tavola che nelle osterie, "la pignet"-la pignata, utile per la cottura di animali tipo la pecora , la cui apertura veniva ricoperta di pasta di pane, " 'u cuondr"-il vaso per escrementi, "l'arnel"–l'orinatoio e successivamente i vasi per i fiori.
Erano soliti costruire anche pupazzi di argilla, cucù a fischietti e pupi per il presepe e " 'u scuarfidd"-il salvadanaio.
Una volta ottenuta la forma desiderata, venivano infornati presso un forno a legna adatto a cuocere l’argilla, per dare loro la consistenza più efficace. L’esperienza del vasaio era quella di lavorare il tipo di argilla a seconda dell’oggetto: per esempio i vasi rossi erano ottenuti usando l’argilla con ossido di ferro, quelli bianchi con argilla biancastra contenente caolino, silice, allumina e carbonato di calcio.
La decorazione avveniva solo per i piatti o a qualche brocca da regalare. Ma la vera decorazione avveniva nelle fornaci, prima di infornare i prodotti lavorati. Quando questi si rompevano, venivano allora riparati dal "conzapiott"-il cucipiatti.
* UTENSILI *
La iriat - l’argilla
'U taurnij - il tornio a pedale
La spot'l d lgnèm - la spatola di legno
Consultato: Ceramica Artistica Capelluti Annunziata UNITEP

18. la Matrasser ( La Materassaia)

La materassaia è un mestiere oramai scomparso in quanto è stato sostituito dalle macchine industriali. Un tempo il mestiere di materassaia ("Matrasser") era stagionale (per la maggior parte dei casi) e le fasi erano le seguenti: lavare la lana ("lavè la len"), farla asciugare ("foll assuchuè"), districare ("aprj"), riempire il materasso ("iagnj 'u matarozz"), poi cucire ("caus") e infine fare il cordone tutt'intorno ("fè 'u cradaun attirn"); tutto ciò veniva eseguito per lo più nel periodo estivo.
A volte questo lavoro veniva richiesto durante i preparativi di un matrimonio ed era usanza che tale spesa fosse addebitata alla sposa ("la zjt"). Era un lavoro di precisione, di pazienza, di esperienza, ma soprattutto da intenditrice poiché si doveva saper scegliere la lana affinchè provenisse da pecore selezionate, la fodera del materasso che doveva essere di cotone, lavorato a mano mediante la tessitura; infine si procedeva al riempimento della fodera con velli di lana che dovevano essere disposti uniformemente, e alla cucitura del bordo che serviva a mantenere ben teso il materasso. Sulle superfici del materasso, per fermare l’imbottitura in maniera uniforme, venivano applicate delle fettucce di cotone (" 'u capisciaul") che attraversavano delle piccole asole circolari. Le cuciture erano effettuate con aghi grossi e lunghi ("la chisciedd"), resistenti al passaggio nella tela dura di cotone. Prima della cucitura finale, veniva eseguita l'imbastitura ("la gnmèt") e successivamente la cucitura finale. Anche nelle federe dei guanciali veniva inserita la lana di pecora e, per evitare che questa venisse fuori, venivano applicate le fettucce lungo i bordi che successivamente, intorno agli anni '60, furono sostituite da bottoni.
Tutto il ciclo produttivo durava per lo più una settimana e impegnava le donne dal mattino alla sera con solo una breve pausa pranzo.
Questo lavoro era considerato molto laborioso e stanchevole, ma fondamentale in quanto il materasso era (ed è) un elemento importante nella vita quotidiana, in quanto serve per riposare bene e per cominciare nel miglior modo possibile un'altra dura giornata di lavoro.
In precedenza è stato descritto il materasso che adoperavano i genitori (o solitamente gli adulti); per i figli, invece, appartenenti a nuclei familiari numerosi, i materassi erano a "una piazza e mezza" (" 'na piozz i menz"). Questo formato superiore consentiva l’utilizzo dello stesso letto da parte di più figli dello stesso sesso.
I materassi riservati ai figli era riempiti di foglie di granturco ("d fauglij d irianaun"), che venivano rinnovati ogni anno dopo il raccolto del granturco, poiché quest’ultimo, per l’utilizzo, si frantumava e si polverizzava.
Per questo tipo di materasso, in uso fino agli anni ’60, c’erano degli inconvenienti poichè ogni volta che ci si rigirava si sentiva lo strofinio delle foglie; per non parlare delle fastidiose punte di paglia che fuoriuscivano dalla tela del materasso.
Successivamente, le foglie di grano turco furono sostituite da crine di fibre vegetali, utilizzate fino agli anni ’70, e il lavoro della materassaia iniziava la sua rapida fase di declino fino ad arrivare all'estinzione dei giorni d'oggi.
* UTENSILI *
La len - la lana
La fedr - la fodera
'U cttaun - il cotone
La capisciaul - la fettuccia di cotone
La chiscedd - l'ago grosso e lungo
La furc - le forbici
'U cjntumtr - il centimetro
La mochn p caus - la maccina per cucire

19. 'U Frnèr (Il Fornaio)

La vita del fornaio è sempre stata molto sacrificata in quanto si può dire che egli lavora quando tutti dormono, cioè di notte. Nei tempi passati il Fornaio (" 'U Frner") era colui che aveva il compito di infornare e cuocere il pane (" 'U pèn"), ma anche la focaccia ("La f'ccozz"), i biscotti (" 'U vschutt"), le paste di tutti tipi (" 'U pastjccjn, 'u ciecc e 'u ricchl"). Ci si rivolgeva al fornaio durante il periodo di carnevale, anche quando si preparava la cosidetta "Pignata" ("La pignèt"), cioè un tegame di terracotta (contenente carne di pecora e aromi vari quali la cipolla, "la cjpaudd", il sedano, "l’occj" ecc.) che poi veniva chiuso ermeticamente con la pasta di pane e, successivamente, infornato.
La maggior parte dei forni di oggi sono elettrici e solo alcuni fornai hanno mantenuto la tradizione dei forni a legna. Nel passato tutti i forni erano a legna e pertanto il fornaio doveva occuparsi con estrema dedizione alle varie fasi del lavoro: la scelta della legna, rappresentata generalmente da frasche di quercia (" 'U manicchij"), il mantenimento della temperatura interna del forno ad un valore costante (il forno era costituito da mattoni refrattari al calore e la base costruita con grosse chianche, "chionch", che avevano la funzione di assorbire l’umidità), la pulizia del forno (servendosi di un’asta con in corrispondenza della punta un panno umido, " 'U minn", per togliere i residui della cenere e delle impurità presenti nel forno).
C’erano tanti forni a legna distribuiti nei Sassi di Matera e ciascun fornaio aveva la propria clientela rappresentata dagli abitanti della rispettiva zona. Ne erano esempi " 'U firn d la quarcij" ubicato nel Rione Malve, quello " d Casalnuv" ubicato in Via Casalnuovo, e tanti altri ancora.
Il fornaio spesso era accompagnato da un aiutante a cui era riservato il compito di girare il pomeriggio nei Rioni dei Sassi annunciandosi con un fischietto. Le donne, che programmavano l’impasto del pane per il giorno dopo, si prenotavano per il "primo", il "secondo" o il "terzo forno". L’aiutante fornaio prelevava il pane impastato e lo poneva su di una tavola lunga per poi trasportarlo, a spalla o su di un carretto spinto a mano, al forno. Nel forno le tavole del pane venivano allineate in ordine di arrivo su staffe di legno fissate nel muro. Il pane, prima di essere infornato, veniva tagliato sulla superficie per facilitarne la cottura; veniva timbrato con lo stampo che riportava le iniziali della famiglia a cui il pane apparteneva e in seguito spolverato con le piume di gallina o gallo per eliminare la farina in eccesso. Infine veniva disposto nel forno. Durante la cottura il fornaio faceva dei sondaggi per accertare lo stadio di cottura del pane e, quando questo era cotto, lo disponeva fumante sulla tavola, pronto per essere riportato dall’aiutante fornaio nella stessa casa da cui era stato prelevato. Il pagamento del servizio veniva fatto in base al numero dei "pezzi" di pane e di focacce che venivano cotti e poteva essere assolto in giornata o a distanza di qualche giorno proprio per la fiducia che intercorreva fra la gente e il fornaio. La sua giornata di lavoro terminava con la pulizia del forno dalla cenere e dai detriti delle frasche e dalla farina che si spargeva oltre che sulla tavola anche sul pavimento. La cenere veniva allontanata o ceduta spesso a ortolani che la adoperavano per la concimazione dei terreni e alle famiglie poiché, non essendoci a quel tempo i detersivi, veniva usata nel candeggio della biancheria durante le fasi del bucato ("La ljssij").
* GLI UTENSILI *
La pèl du pèn - la pala del pane
'U rastrjdd - il rastello
La ferc - la forca
'U Fjrciudd – piccola forca
'U minn - pulisci forno
'U stomp - lo stampo
'U crtjdd - il coltello
La rasaul – la rasola
La scaup - la scopa
La palett - la paletta

20. 'U Cangiastrozz (Il Cambiastracci)

In altri tempi la gente, per varie necessità, conservava tutto ciò che non aveva più alcuna utilità: utensili, stoffe, in generale qualunque oggetto anche se ultra usurato. Il tutto era finalizzato al baratto, ovvero lo scambio di un oggetto con un altro non più utile ad un'altra persona.
Le stoffe ridotte a brandelli come i pantaloni, le maglie, le gonne, le camicie, che ormai non potevano essere ulteriormente rattoppate o cucite con delle toppe ("R'pzzèt"), venivano accumulate e conservate in sacchi di liuta.
Questa operazione era effettuata dal così detto cambiastracci (" 'U cangiastrozz"), generalmente un uomo, che pur di guadagnare i soldi per sfamare la famiglia girava per le vie dei Sassi periodicamente a raccogliere quanto elencato precedentemente. Le donne erano a conoscenza del periodo in cui il cambiastracci girava quindi, al suo passaggio, si accingevano vicino al carretto ed effettuavano lo scambio dando gli indumenti inservibili.
La merce veniva pesata con una stadera, cioè una bilancia portatile costituita da un piatto in rame e da un’asta orizzontale. In base al peso della merce consegnata, " 'U cangiastrozz" contraccambiava con degli arnesi di utilità casalinga: pentole in rame in varie misure ("La tjn, la tianed, la bagnaraul"), padella ("La sartoscjn"), catini smaltati ("Vacjl"), imbuto ("Mtjdd"), oppure in argilla come la brocca ("La rzzaul, 'u rzzjl"), il cucumo (" 'U chichm"), il piatto (" 'U piott"), l’anfora ("La capès") e moltri altri. Altre volte le stoffe venivano scambiate con utensili per la lavorazione della terra come la falce ("La folcj"), la zappa ("La zopp"), il picone (" 'U zappaun"), l’accetta ("L’accjttidd"), e altri ancora.
Il lavoro del cambiastracci consisteva, come detto, nel girare per le vie della città con un carro trainato da un mulo o da un asino e ritirare le stoffe inservibili dalla gente, ponendole sotto il traino su di una rete o un telo di grandezza pari quasi a quella del perimetro del mezzo. Una volta terminato il giro della raccolta, la merce ottenuta veniva venduta a mediatori ("Zanzèn") per essere poi rivenduta a imprenditori, procedendo così al riciclaggio dei materiali. Tali materie venivano spesso trasformate in carta.
Il lavoro del "Cangiastrozz" sopravvivette all'esodo dei materani dai Sassi (anni '50/'60). Anche quando la gente andò ad abitare nei quartieri nuovi (detti rioni di risanamento) il cambiastracci girava per le vie della "città nuova" in compagnia del suo fidato asino che trainava il solito carretto. Tuttavia il progresso spinse sempre più verso uno scambio di materiali moderni, cioè in plastica.

21. 'U Mt'taur (Il Mietitore)
Il mietitore (" 'U mt’taur") è un mestiere che è andato via via scomparendo con l'avanzare della tecnologia, che ha reso il lavoro nei campi più semplice e veloce, con un impegno di mano d’opera sempre più ridotta.
Il mietitore era un lavoro stagionale legato al periodo della mietitura del frumento, dell’avena e dell’orzo (cioè dalla seconda metà di Giugno alla seconda di Luglio). Il contadino che mieteva lavorava sul proprio appezzamento di terra, su quello del padrone a giornate (" 'U patrnel") o poteva essere un salariato del proprietario ("A cmnonz"). Si ricorreva anche alla mano d’opera di contadini dei paesi vicini che venivano a chiedere lavoro nella piazza del centro città ("Alla fntèn"), nei pressi delle due pietre (" 'U du pjzzjn"), di fronte al palazzo di Giustizia, dove gli uomini stipulavano accordi e si facevano i contratti della paga e del lavoro da svolgere.
Il lavoro iniziava alle prime luci dell’alba; i contadini partivano per la campagna molto presto o con i mezzi propri, mulo o asino per i più fortunati, oppure venivano caricati su di un traino e trasportati a destinazione. Il lavoro si svolgeva per la maggior parte della giornata sotto il sole cocente, per cui il mietitore indossava un cappello, nel caso di uomo, o un fazzoletto di colore chiaro, nel caso di donna, per proteggere il capo.
L’abilità del mietitore era quella di saper usare la falce senza crearsi infortuni, e proprio per questo motivo usavano dei pezzi di canna incanalati nelle falangi delle dita della mano sinistra, per i destrorsi, e sull’altro braccio veniva legato un pezzo di cuoio per evitare le abrasioni cutanee degli steli secchi delle spighe. Venivano anche usati pantaloni e scarponi o stivali, da parte degli uomini, e calze spesse e robuste, dalle donne, per evitare le lacerazioni delle gambe. Sia il mietitore uomo che donna indossavano al collo un fazzoletto, spesso di colore rosso a pallini o quadratini chiari, utile per asciugare il sudore della fatica.
Il mietitore doveva saper legare i fasci di spighe di grano, creati da altre spighe intrecciate e adagiate sul terreno a formare le gregne (" 'U riagn"), con le spighe verso l’alto. Il loro trasporto, a formare i covoni, veniva fatto in un secondo momento e comprendeva le gregne che si trovavano in un certo raggio.
Al contadino che doveva effettuare un lavoro plurigiornaliero veniva offerto anche il vitto, costituito essenzialmente in pane, pomodori, formaggio e salsiccia a pranzo oppure, se il lavoro era vicino alla masseria, veniva offerto anche un piatto di pasta accompagnato dal vino.
Chi invece mieteva per proprio conto preparava il mangiare a casa e lo portava avvolto in un tovagliolo di dimensioni grandi ("Mappjn"), di colore chiaro a fasce, fatto in casa mediante la tessitura; caratteristica era la doppia legatura che chiudeva il sacchetto. Un altro oggetto indispensabile era il cucumo (" 'U chicm") che, riempito d’acqua, serviva durante la giornata per dissetarsi; veniva posto all’ombra di alberi, di gregne o semisepolto sotto la terra per mantenere l’acqua un po’ più fresca.
La paga veniva effettuata a lavoro ultimato o secondo gli accordi presi: ad esempio dopo la vendita del grano al mulino, che avveniva generalmente nel mese di Agosto. Intorno agli anni '30 la paga divenne personalizzata e girava tra le cinque e le dieci lire, variando a seconda delle credenziali o il curriculum, dell’età e del sesso.
* GLI UTENSILI*
Folc - Falce
Uanlucchij - Canne
Stuzz d pedd - Pezzo di cuoio

22. il Trainiere (U trainjr)
U Trainjr-il trainiere era la persona che conduceva il traino-u traijn adibito al trasporto di merci e persone .Infatti i contadini lo usavano per raggiungere le campagne,oppure quando erano costretti a raggiungere paesi più lontani. In campagna il traino-u traijn veniva utilizzato per trasportare i sacchi di grano dalla campagna al mulino o a casa del contadino, la paglia ricavata dalla mietitura per permettere di foraggiare i cavalli durante tutto l’anno. Veniva utilizzato anche quando le famiglie cambiavano casa cioè sloggiavano dalla vecchia abitazione per raggiungere la nuova,infatti il traino veniva caricato di mobili (pochi alla volta a dire la verità) ed sicuramente erano necessari più viaggi. Questo veniva effettuato generalmente a Ferragosto,a Santa Marij,in cui era giornata di festa e di riposo e il lavoro di campagna della mietitura e trebbiatura si era oramai conclusa.
La carrozza-la carrez era il sistema di trasporto usato dai benestanti e dai galantuomini –ialandumn per il trasporto di persone oppure il calesse o char abancs o charabel guidato da u chjcchjr-il cocchiere. Chiaramente il traino aveva un costo e non tutti avevano la possibilità di possederlo e pertanto era possibile prenderlo in fitto quando era necessario. Anche possedere il cavallo o il mulo o l’asino aveva un costo per la sua gestione. Altre spese erano a carico del traino stesso per la manutenzione ordinaria che straordinaria come ad esempio mettere il grasso all’asse delle ruote -ngrjassè u rait ,mettere a puntino il freno sulle ruote –la martjlljn, pitturare le ruote con il minio per renderle più resistenti alle intemperie, la cura del legno che componeva il cassone del traino, nonché la luce- u lamper posto sotto il cassone per rendere visibile la presenza del traino durante i viaggi notturni. Gli altri arnesi che il trainiere -u trainjr portava sempre con se ad ogni viaggio era il secchio dell’acqua-u succhij d'ocqu che veniva riempito d’acqua nei pressi di una sorgente ,i così detti pozzi-u piz ,dislocati in alcune campagne che serviva a far bere l’animale e infine il cucumo-u chichm per bere lui durante il viaggio. Il Trainiere-u trainjr , per i viaggi più lunghi, portava con se anche il pane e il companatico-u pen e u cmpanotjch costituito dal formaggio-frmoggij e pomodori –pmmdaur arrotolati tutto in un fagotto di tela,generalmente a fantasia con quadretti , con righe rosse-la mappjn fatta mano

dal telaio mediante la tessitura . Il conduttore del traino-u trainjr era lo stesso contadino,ma spesso era uno che faceva solo quel mestiere che si rendeva disponibile a ogni esigenza di trasporto. Il suo utensile era una frusta- u scrisciod maneggiato con la mano destra,se destrimane, che faceva schioccare per dare un incitamento all’animale di proseguire nell’andatrura.
Il trainiere-u trainjr aveva cura anche per i finimenti -u fnmjnt del cavallo ,di lustrare gli anelli metallici e le fibie ,addobbare l’animale con i nastri e i campanelli,nonché curarne gli zoccoli. Parte integrante del lavoro del trainiere- du trainjr era il cane - u cuen trainjr che non era altro che un cane volpino che in genere seguiva il percorso del traino –du traijn e ne allertava i pericoli o la presenza di persone non conosciute.

23. la Lavandaia (lavanner)

La lavandaia, anche nel materano, rientra tra le attività che esercitavano le donne, nelle abitazioni dei Sassi, già in tempi molto remoti, e risultava essere anche un mestiere quando era destinato a terzi e soprattutto ai signori e ai benestanti dell’epoca.
I lavaggio della biancheria e degli indumenti personali è stato sempre considerato indispensabile per la convivenza civile evidenziandosi nell’odore del pulito e del fresco; quello che variava era la frequenza e da cui questa attività veniva esplicata, dipendente dallo stato sociale, dalle effettive capacità economiche ma soprattutto dalla cultura igienico sanitaria che, a dire il vero, in quei tempi, non era molto sviluppata. A poco a poco,data la necessità e la frequenza dei lavaggi della biancheria e degli indumenti personali,la gente predispose un luogo ove effettuare il bucato,spesso vicino a fontane o a vasche dando al contenitore utilizzato il nome di pila –la pjl(contenitore in rame grande) oggi chiamato pilozza e fatto di porcellana. Il luogo invece utilizzato dalla lavandaia veniva chiamato lavanner, oggi chiamato lavatoio e situato anche in casa e usato per i lavaggi. Termine derivante proprio dalla parola lavandaia- lavanner,in cui poter effettuare il bucato-la ljssij.
Fondamentale per il lavaggio della biancheria era la presenza di acqua, che nelle case dei Sassi era garantito da pozzi esistenti nel vicinato e in molti casi, proprio nelle case. L’apporto idrico era garantito dal deflusso di acqua piovana raccolta in pozzi serbatoi –piz e prelevata con i secchi di rame- u succhij d rem attaccati a una corda di canapa –cuannapjd o catena di metallo- catan. La costruzione della fontana Ferdinandea ,al piano, permise l’approvvigionamento dell’acqua sia per uso potabile che domestico quindi anche per il lavaggio degli indumenti –u pon e la biancheria biancarij (le lenzuola –u rjnzul-U ghiascin). Tale approvvigionamento avveniva nei recipienti di terracotta -u rzzaul ad opera non solo delle donne ma anche dei bambini .Successivamente ,nel periodo fascista,fu eseguito l’impianto idrico e furono installate diverse fontane sparse nei vari vicinati dei Sassi per cercare di rendere la vita in questi vecchi rioni un po’ più accettabile.
Il mestiere di lavandaia –lavanner veniva svolto da donne che il signore -u patrjn riteneva di essere di fiducia, che spesso coincideva con la moglie del fattore –la mighiar du fattaur , a cui veniva corrisposto una paga.
La biancheria veniva accumulata , e il lavaggio mediamente veniva effettuato ogni quindici giorni per i benestanti, ogni mese quasi per il popolo. Il detergente era rappresentato dalla cenere e successivamente dal sapone ottenuto dal sedimento dell’olio -morij d l’ughij. Il catino- vacjl,bagnarola-bagnaraul, corda-cuannapjd,mollette-ngappit,stricaturo-strjcatjr,erano i ferri del mestiere per questo che era un lavoro intenso, faticoso e lungo che si svolgeva in più giornate. Si sceglievano le giornate soleggiate e in assenza di pioggia per favorire l’asciugatura della biancheria lavata stesa al sole-a cer a saul tramite una fune attaccata a due punti distanti di una parete e sorretta da forcelle-frced. Quando la biancheria ,generalmente ritirata all’imbrunire, era ancora umida, veniva posta in casa tra due fusti di sedie e, quella più piccola su un telaio di tavola asciuga panni posto sul bracere- frasciar. Era un lavoro che richiedeva la partecipazione di più donne e spesso anche di bambini che per il trasporto dell’acqua dalle fonti dovevano armarsi di molta pazienza per fare più viaggi. Dopo le fasi di insaponatura-nzapnè e messa a mollo c’erano le fasi di risciacquo –d rjcjndèc e la “strizzatura”-strangj in cui due donne facevano movimenti di rotazione della biancheria in maniera inversa per permettere di far fuoriuscire tutta l’acqua che era stata assorbita dai tessuti-do reb. Spesso era necessario la presenza di due donne sia quando il bucato veniva steso alla fune che quando lo stesso ,ormai asciutto, doveva essere tolto dalla fune e piegato –chjchet. Altrettanto laboriosa era la fase successiva della stiratura- d stjrè e conseguente messa in ordine dei panni nelle ceste-spert di vimini che venivano consegnate ai proprietari degli indumenti che provvedevano alla loro sistemazione –arrjpè nel como-cmaun,nel guardaroba-guardarrebb,nella cassa panca- coscij e nel comodino –clnnett.
Durante questo lavoro spesso le donne portavano con se i loro bambini –u fjl anche molto piccoli-pccjnunn che frequentemente piangevano per fame o per sonno-chiangiovn p fem o p sunn. Allora le donne cercavano di accudire i figli per poterli distrarli dal pianto e non trascurare il lavoro intonando delle filastrocche spaziando da una canzonetta all’altra.Una di queste viene ricordata così:
Maria lavava, Maria lavev
Giuseppe stendeva, Gjsepp spannav
il Bimbo piangeva, u fugghij chiangiav
dal sonno che aveva. Du sun ca tnav
Stai zitto, Mio Figlio, Ciut ciut fughij mji
che adesso Ti prendo in braccio ca mo t’egghia pugghiè n’broz a mji
stai zitto figlio mio ciut ciut fughji mji
e ti do il latte che vuoi pa ti de u lo ca vuij
così mi fai finire di lavare ca ma fè frnasc u fatijI
Dormi dormi e fai la nanna durm durm i fe la non
fai la ninna nanna figlio mio Fe la ninna non fughij mji
Nel tempo questo mestiere si è sempre più perfezionato e industrializzato data la diffusione sul territorio di numerose lavanderie dotate di macchine all’avanguardia per lavare,asciugare e stirare gli indumenti. Da qualche decennio sono addirittura comparse numerose lavanderie self service che consentono un utilizzo ancora più immediato delle macchine di cui sono dotate.

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La pagina è in continua evoluzione, arriveranno altri mestieri prossimamente.



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